Araldica 5. Il più antico stemma superstite.

     schilizzi alba fragalia araba 97r

     È pacifico che gli stemmi siano nati intorno al secolo XI in ambito militare e funzionalmente alla distinzione visiva fra fazioni opposte (al pari di bandiere o analoghi segni distintivi) ed è, perciò, proprio sugli scudi che essi poterono trovarono una superficie abbastanza ampia e rigida per una raffigurazione ottimale. Questa è del resto la ragione per cui anche nei secoli più recenti – divenuto ormai lo scudo un elemento perlopiù museale e non d’uso corrente – la forma genericamente attribuita agli stemmi sia rimasta appunto quella scutiforme (se pur nelle numerose varianti note agli araldisti). Ciò non significa che ogni scudo debba essere considerato quale stemma e interpretato come tale: per operare una distinzione fra meri scudi e scudi araldici occorre individuare dei requisiti iconografici che possano essere ricondotti con discreta certezza al lessico araldico. È preferibile però analizzare casi concreti anziché tentare di stilare un decalogo che inevitabilmente non saprebbe adagiarsi in modo sempre comodo e uniforme all’intero oggetto di studio.
E l’analisi non è fine a se stessa: operata su un certo gruppo di manoscritti (o manufatti di altra natura) grosso modo coevi tra loro, consente di scorgere senz’altro la più antica raffigurazione araldica che a noi sia pervenuta. Scegliamo dunque di analizzare i più interessanti scudi raffigurati nei manoscritti miniati prodotti con discrete probabilità prima dell’anno 1200.

     Tra il 1030 e il 1056 fu realizzato il Codex aureus Epternacensis, o Evangeliario di Echternach, oggi custodito presso il Germanisches Nationalmuseum di Norimberga. Un particolare della miniatura di cui al f.77r mostra L’uccisione dei vignaioli da parte di alcuni soldati equipaggiati di scudi in tricromia (rosso, oro e il bruno degli umboni metallici o degli attacchi delle cinghie). Ferma restando in questo primo episodio una tendenza estetizzante, non mi pare di essere ancora di fronte a un palese esempio di scudo araldico.

Echternach alba fragalia araba

     Nel secolo e mezzo che corre tra il 1040 e il 1190 è stato invece collocato l’Arazzo di Baldishol, frammento di un grande calendario norvegese che oggi può essere ammirato presso il Kunstindustrimuseet di Oslo. Ne sono sopravvissuti i soli mesi di aprile e maggio: proprio il secondo raffigura un cavaliere bardato in maniera ricca e completa, munito peraltro di uno scudo che questa volta possiamo addirittura blasonare mediante la terminologia araldica consueta: “inquartato in palo-pergola rovesciata; nel primo di nero screziato d’oro, nel secondo del secondo screziato del primo; nel terzo di oro pieno, nel quarto di nero pieno; alla bordura di rosso”.

baldishol alba fragalia araba
Venti o massimo trentadue anni dopo il dies a quo del Baldishol (e dunque tra il 1060 e il 1072), nell’Abbazia francese di Saint-Sever venne redatto un commentario all’Apocalisse di San Giovanni oggi conosciuto come Apocalisse di San Severo, Beato di San Severo o, tecnicamente, come Ms. lat. 8878 della Biblioteca Nazionale di Parigi. Un particolare delle miniature del f.193r di questo commentario raffigura alcuni personaggi coronati e accompagnati da soldati. Molti sono gli scudi, alcuni apparentemente di rosso pieno, la maggior parte ornati da piccole bordure decorative ma di scarsa portata araldica. Fa però eccezione il settimo soldato da sinistra, in quanto regge uno scudo di colore chiaro sul quale campeggia la sagoma rossa di una grande foglia eptalobata.

saint sever alba fragalia araba
Ancora dal 1060, ma stavolta fino al 1100, è probabile siano stati realizzati i tre volumi della Bibbia di Saint Vaast, provenienti dall’omonima abbazia di Arras (ms. 559). È il caso di sottolineare un solo episodio: uno scudo poggiato con la punta per terra, e tenuto in piedi da un santo seduto. Anche in questo caso è possibile una descrizione araldica abbastanza canonica, fatta salva la resa cromatica che il tempo ha corrotto: “semitroncato partito, nel primo di rosso, nel secondo di verde, nel terzo d’argento”.

Arras alba fragalia araba
Soltanto dal 1067 al 1082 corre invece la migliore datazione del più celebre tra i manufatti noti agli storici dell’araldica o della storia militare, ovvero la Tappezzeria di Bayeux (nota, a dire il vero, anche agli storici dell’astronomia, in quanto raffigurante il passaggio della cometa di Halley sui cieli inglesi tra il 24 e il 30 aprile del 1066). Più che i numerosi stemmi monocromi dei soldati in atto di salpare (nelle primissime scene o nella scena 35), si osservino qui i diversi stemmi dei cavalieri del conte Guy de Ponthieu (scena 6) o dei messaggeri di Guglielmo duca di Normandia (scene 11 e 12). Siamo ormai di fronte alla massima libertà e personalizzazione degli scudi: compaiono cioè in maniera diffusa, e non sporadica come nell’Apocalisse di San Severo, stemmi ad uso esclusivo di un solo individuo (o di una sola famiglia) e non di un’intera fazione. Si scorgono nella prima delle due scene un grifone rosso in campo d’argento, una sorta di mezza bordura bicroma, una croce patente ondulata d’oro e un probabile rapace. E, nella seconda delle due scene, ancora due grifoni diversamente policromi in campo d’argento. Ancora, nella battaglia fra i soldati di Guglielmo e gli uomini di Dinan e Conan (scena 21) notiamo croci di diverse tipologie – tanto in termini di forma quanto cromatici – in campiture variamente smaltate. Per brevità non citerò tutti i numerosissimi esempi araldici presenti nei 68 metri della Tappezzeria di Bayeux, ma mi limito a indicare la terzultima scena, in cui al culmine della battaglia fra Guglielmo e Harold si denota un discreto inventario di scudi araldici la cui personalizzazione è invece declinata sul tema principale di una medesima fazione d’appartenenza: la croce per i Normanni, il grifone per i Sassoni.

bayeux alba fragalia araba 6

bayeux alba fragalia araba 11

bayeux alba fragalia araba 21

bayeux alba fragalia araba 21bis
Lasciamo Bayeux ma restiamo in Francia: tra il 1109 e il 1111 a Cîteaux viene redatta la Bibbia dell’abate Étienne Harding (oggi Mss. da 12 a 15 della Bibliothèque municipale di Digione). Risaltano due episodi: quello del f.13v del ms. 14 e quello del f.125r del ms. 15. Nel primo, il soldato che brandisce la spada è equipaggiato di uno scudo “partito: nel primo d’azzurro, nel secondo d’argento alla banda di rosso accostata da due cotisse d’oro”. Nel secondo episodio, l’angelo regge uno scudo “partito di rosso e di verde” (mentre credo che l’elemento centrale, per quanto finemente colorato, non abbia rilevanza araldica ma sia piuttosto il necessario umbone dello scudo).

1 harding alba fragalia araba Ms. 14, fol. 13v

2 harding alba fragalia araba fol. 125
Al 1135 o, al massimo, al 1175 risalgono invece gli Scacchi Lewis intagliati in avorio di tricheco e venuti alla luce nel 1831 sulla spiaggia meridionale della Baia di Uig dell’Isola, appunto, di Lewis. Si tratta dei pezzi superstiti di almeno quattro scacchiere di origine scandinava e gusto vichingo: 67 pezzi sono custoditi al British Museum di Londra e 11 al National Museum of Scotland di Edimburgo (altri 15 non sono né scacchistici né araldici, un ultimo elemento è finito – chissà perché – al Museo Nazionale del Bargello di Firenze). Pongo appena l’accento su quelle tre pedine munite di tre grandi scudi raffiguranti croci filettate o, meglio, esempi simili all’olandese traliekruis intrecciata: una in decusse, una semplice e un’altra caricata di un cerchio ad altra croce in decusse.

lewis chessmen alba fragalia araba
Del 1174 sono poi due interessantissimi esempi cechi raffigurati nell’affresco della rotonda di Santa Caterina a Znojmo, nella Moravia meridionale. Uno scudo è “di rosso pieno caricato di un fiore (d’argento o d’oro) di otto petali, alla bordura d’azzurro”, l’altro è “partito, nel primo di rosso, nel secondo d’argento, sbarrato d’oro sul tutto, alla bordura dello stesso”.

znojmo alba fragalia araba
All’arco di tempo che corre dal 1175 al 1250 appartengono invece le miniature che illustrano un manoscritto il cui testo risale a un periodo appena più remoto (1081-1110): lo Schilizzi Madrileno (Madrid Skylitzes, Skyllitzes Matritensis, ovvero Codex Graecus Matritensis Ioannis Skyllitzes. Vitr. 26-2). Giovanni Schilizzi fu uno storico bizantino vissuto nella seconda metà del secolo XI, il quale sotto l’impero di Alessio Comneno scrisse quella Synopsis Historion in cui condensò la vita di ogni imperatore in carica dalla morte di Niceforo I alla morte di Michele IV (811-1057). Dell’opera si conoscono più copie, anche più antiche di quella madrilena, ma questa è l’unica illustrata superstite. Le ben 574 immagini di questo esemplare sono peraltro riproduzioni di illustrazioni costantinopolitane precedenti e non sopravvissute. Si sa, ad ogni modo, che l’esemplare fu prodotto in Sicilia, forse a Palermo, e che appartenne fino alla fine del Cinquecento al monastero di San Salvatore del Faro di Messina, poi alla locale cattedrale e infine, dal 1690, ai duchi di Uzeda, fin quando Filippo V confiscò la libreria ducale in favore della Biblioteca Nacional de España. Almeno quindici sono le tavole di qualche interesse araldico ma è tuttavia preferibile limitarsi a indicarne le più salienti: al f.13v (abdicazione di Michele Rangabe in favore di Leone V l’Armeno) troviamo anzitutto uno scudo “di rosso all’albero frondato di nero”; al f.82r (Koutragon accompagnato da soldati bulgari) si registra un primo raffinatissimo esempio di “semivolo al naturale in campo d’argento”. Il f.97r ci fornisce invece una testimonianza di tipo diverso: non tanto una particolarità araldica quanto la distinzione generica fra gli scudi saraceni e quelli bizantini: tondi i primi, ovali-appuntati i secondi. La stessa scena, peraltro – in cui l’emiro Soldano, accampato nella nobile tenda, interroga l’ambasciatore di Basilio I – è l’unica a svolgersi sul suolo italiano e, precisamente, sulla spiaggia di Catona, in Calabria (si veda l’immagine in apertura di questa pagina).

schilizzi alba fragalia araba 13v

schilizzi alba fragalia araba 82r

L’ultimo dei manoscritti che siano al contempo miniati, muniti di raffigurazioni di scudi, e prodotti antecedentemente all’anno 1200, è il Liber ad honorem Augusti sive de rebus Siculis, noto anche come Carmen de motibus Siculis (Codex 120 II della Burgerbibliothek di Berna), panegirico latino scritto a Palermo tra il 1195 e il 1197, da Pietro da Eboli, e dedicato a Enrico VI di Svevia. In questo codice svizzero sono ormai preponderanti gli scudi policromi alla banda, alla sbarra, alla fascia, o alla croce decussata (pur sempre ribadendosi l’uso tradizionale delle grosse bordure) ma si notano pure altre due presenze che sarebbero diventate abituali o quantomeno frequenti nei secoli successivi: uno scaglione (in questo caso d’argento in campo rosso) e un uccello (nel caso specifico: un cigno di rosso in campo d’argento).

liber ad honorem augusti alba fragalia araba 1

liber ad honorem augusti alba fragalia raba 2 Markward_von_Annweiler_2
Ma, in conclusione, siamo ormai davvero lontani da quella prima eccezione costituita dalla sagoma di foglia eptalobata nell’Apocalisse di San Severo e semmai a un passo dal nuovo secolo, che vedrà finalmente diffondersi in modo massiccio l’uso dei blasoni e, di conseguenza, il consolidarsi di alcune tipizzazioni paleo-araldiche. L.I.F.

Bibliografia
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