Musiche 8. Genealogie musicali 2. Una Lolita a lieto fine per il genio di John Phillips.

Ancora I. Raulsson e i suoi scritti musicali, dopo quelli sulla Sindrome da Fruizione Sonora Compulsiva.

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John e Michelle Phillips

Se non sapessimo che Nabokov ha rubacchiato il soggetto di Lolita dall’omonimo racconto di Heinz von Lichberg (pubblicato quarant’anni prima del suo) potremmo quasi ipotizzare che l’ispirazione gli sia venuta proprio osservando – più o meno di nascosto – la vita di un’altra disinvolta ragazzina degli anni Cinquanta. Ma Lolita, nel romanzo, ha dodici anni. La persona di cui parleremo, invece, ne ha undici al momento della pubblicazione dello stesso. Un piccolissimo scarto che non farebbe comunque tornare i conti. Sto scherzando, è chiaro. Ovviamente, nella realtà le due cose sono del tutto scollegate. Ma, altrettanto ovviamente, è difficile evitare quest’associazione di idee.

Insomma, cosa c’entra Nabokov con la musica leggera? Ci arrivo. Siete invitati ad accomodarvi fuori se dei Mamas & Papas conoscete soltanto California Dreamin’ (ovvero il più famoso dei loro brani, noto anche in Italia grazie alla terrificante versione nota come Sognando la California). Tengo parecchio a parlare di questo gruppo, come ho tenuto a parlare de Le Loup Garou, per un motivo analogo: benché i Mamas & Papas abbiano comunque raggiunto, ai loro tempi, un successo straordinario e condotto una vita da nababbi come si conveniva al jet-set losangelino degli anni Sessanta, li ritengo altrettanto sottovalutati. A dispetto del profilo sostanzialmente giocoso, leggero, addirittura vacuo, del tutto disimpegnato e raffigurato in un technicolor tra il cannabinoide e il lisergico, il quartetto aveva a disposizione una delle menti più elevate della musica leggera: John Phillips. Superiore, a mio dire, a Brian Wilson. E, di conseguenza, anche a Lennon o a McCartney presi singolarmente. Sottolineo: presi singolarmente.

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Purtroppo la futilità iconografica del gruppo, e un nome infelicissimo (specie per un pubblico italiano già complessato dai suoi mammismi internazionalmente riconosciuti) preferito a quel “Magic Circle” che il fondatore avrebbe scelto, non rese giustizia al genio di Phillips. Il quale scrisse dei capolavori veri e propri, curando arrangiamenti complessi, forse anche troppo complessi per i canoni del loro ambito musicale. Ma dobbiamo parlare di genealogia musicale, quindi facciamo parecchi passi indietro:

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The Mamas and the Papas

John Phillips, pilastro dei M&P, ha un pedigree ben più rispettabile, messo a confronto con l’ambiente in cui finì per sguazzare fino alla fine dei suoi giorni, se non come un pesce fuor d’acqua almeno come un pesce d’acqua dolce in mezzo al mare. Tanto per cominciare era già un po’ attempatello rispetto ai colleghi: Dylan, Crosby, Hendrix, Morrison, i Beatles, i Rolling Stones, ad esempio, nascono tutti negli anni ’40. Lui viene dal 1935 e come tale si comporta fino a un certo punto della sua vita, in cui chissà cosa gli prese. O, meglio, forse lo sappiamo.

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 A destra: in alto, John Phillips; in basso Scott McKenzie

Figlio di un Ufficiale di Marina dal quale fu indirizzato alle scuole militari, John lasciò presto sia l’Accademia Navale che l’Accademia d’Arte, per dedicarsi bene a un’ingenua passione, nonostante la leggera erre moscia (strana, peraltro, da ascoltare su un anglosassone, laddove rock’n roll diventa vachenvoll): il doo-wop. A imitazione dei gruppi di colore che tentavano con difficoltà di prendere piede nella musica leggera americana degli anni ’50 (vedi https://albafragaliaaraba.wordpress.com/2014/05/30/musiche-5-la-sindrome-da-fruizione-sonora-compulsiva-4-di-i-raulsson/), e a imitazione dei più musicalmente sofisticati Hi-Lo’s, John fonda inizialmente gli Smoothies (già Abstracts), quartetto di poco peso, in cui però figura già il personaggio che resterà suo storico amico: Scott McKenzie, per il quale una decina d’anni dopo scriverà l’arcinota San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair), benché tutti credano sia stata scritta proprio da McKenzie. Tanta è l’amicizia tra i due, che John battezzerà sua figlia proprio McKenzie. Come se io chiamassi mia figlia Rossi, di nome, perché il mio amico è Mario Rossi. Vabbé. Stravaganze da futuri hippy. E insomma John si sposa a 24 anni, fa due figli, eccetera eccetera, fin qui tutto nella norma della provincia americana dell’epoca. Fin quando, a 26 anni, non conosce una fotomodella diciassettenne fuori dal comune (non soltanto per la bellezza inimmaginabile) e non decide di mandare tutto all’aria. Non correte, con i giudizi: la ragazzina in questione è probabilmente molto più navigata di lui. Si chiama Holly Michelle Gilliam e ha sempre saputo come ottenere le cose.

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Il padre di lei è un disinvolto intellettuale esponente della Marina Mercantile, sua madre una libraia bohèmienne. Di quest’ultima, Michelle (Mitchie, per gli intimi) resta orfana a cinque anni. La famiglia si trasferisce così da Città del Messico a Los Angeles, laddove Mr. Gilliam sposerà altre cinque donne esercitando il ruolo di padre con scrupolo tutto suo, come quando offre un diaframma alla tredicenne Michelle, e forse – dico forse – meno interessandosi alle amicizie della piccola e delle sue confidenze con la droga già a partire dal compimento degli undici anni. Ma non è lui il nostro Humbert Humbert.

mamas papas alba fragalia araba 6Michelle a 13 anni

Perché, un anno dopo, Michelle stringe una fortissima amicizia con un’agiatissima ventitreenne già sposatasi due volte e dalla situazione familiare a dir poco singolare: Tamar Hodel, una dei sei figli che il dottor George Hodel ha da tre compagne diverse, e soprattutto colei la quale cerca di preparare per Michelle una gioventù migliore della propria (!). Ma chi è il dottor Hodel? Il più decadente ginecologo di Los Angeles, infinitamente noto alle cronache mondane. Nemmeno lui è il nostro Humbert Humbert, piuttosto è il Clare Quilty della situazione.

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George Hodel

Nato nel 1907 da genitori russi, lo ‘zar dei disagi venerei’ era cresciuto come un bambino prodigio, giovanissimo pianista che ottenne pure l’ammirazione di Rachmaninov. Dal figlio di Frank Lloyd Wright fece progettarsi a Los Angeles una villa in stile Maya, laddove avevano luoghi festini particolari (‘cene galanti’, direbbe qualcuno) in presenza di amici intimi quali Orson Welles, John Huston e Man Ray, per il quale Tamar bambina era tenuta controvoglia a posare nuda, e col quale Mr. Hodel condivideva la passione per De Sade e Jack lo Squartatore. Un ambiente sano, insomma. Ma non è tutto.

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Casa Hodel

Se Tamar riesce a sfuggire, giovanissima, alle grinfie di John Huston, non riesce a evitare l’incesto paterno subìto dagli undici anni in poi (somministrato sotto l’ufficiale e classica forma di un’unione trascendentale) né il fatto che il papà la offra volentieri ai suoi amici più influenti e la metta poi incinta a quattordici anni. Per fortuna, la nuova moglie di suo padre (già moglie dello stesso Huston) riesce a farla abortire contravvenendo al volere del padre/nonno, fermo nel desiderio di voler tenere il bambino. Il dottor Hodel è tornato alla ribalta (dopo essere morto, a Manila, nel 1999) poiché parecchi indizi concordano nell’identificarlo come l’esecutore del noto omicidio della Black Dahlia, ovvero la macelleria applicata nel 1947 sulla povera attrice pornografica Elizabeth Short.

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Il cadavere della Black Dahlia (ci sono anche foto più schifose, se siete curiosi cercatevele da soli)

Ma torniamo alla musica (più o meno). Ora, com’è che Michelle e la figlia di Hodel si siano conosciute resta un mistero. A voler essere maligni, ma molto maligni, si potrebbe addirittura pensare che Tamar andasse in cerca di giovani conoscenze per conto di suo padre. Mera ipotesi. Che poi Michelle abbia combinato qualcosa di strano nel turpe maniero del dottor Hodel è un’altra fantasia. Magari molto realistica, ma resta fantasia. Fatto sta che le due diventano stranamente inseparabili amiche. E fatto sta pure che Michelle ottiene dal proprio genitore massima libertà nel frequentare questa ragazza molto più grande e molto poco stinco di santo. Sarà anche perché il signor Gilliam, con l’amica di sua figlia, ci andava pure a letto? No, perché questo invece si sa, ci andava eccome, almeno fin quando egli non si sposa per la sesta volta, e stavolta con una sedicenne. Tamar ha poi una relazione con Scott McKenzie e il dado è così tratto: è così, intendo, che la turbolenta Tamar presenta Michelle a John Phillips. I due si sposano poco dopo, nel ’62. È lui, il nostro Humbert (benché non sappiamo quanto non sapesse riguardo all’adolescenza di Michelle. Qualcosa, l’amico Scott avrà pur dovuto sapere). All’epoca, John Phillips era già alle prese con il secondo gruppo cui diede vita: The Journeymen. Un meraviglioso e misconosciuto trio folk, messo su con Scott McKenzie e, al banjo, Dick Weissman. Sulla falsariga del Kingston Trio, ma molto più sofisticati nelle armonie vocali, pubblicarono ben tre album tra il 1961 e il 1963. Furono i colpi di coda imposti alla prima corrente del folk americano, prima di quel revival folk-rock che si attesterà almeno dieci anni più tardi, con minor qualità ma maggior successo commerciale. Fatevi un favore, guardate almeno il video di Chase the rising sun (Phillips-Weissman, http://www.youtube.com/watch?v=uxvoGhRK7oc)   e ascoltate e questi due brani: Waggoner’s Lad (a firma di tutti e tre, http://www.youtube.com/watch?v=NLXyncCpPxk) e Oh, Miss Mary (di Phillips, http://www.youtube.com/watch?v=5PTx2-ppGSA).

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The Journeymen

Dopo questi tre dischi, il trio si scioglie ma John Phillips ne fonda uno nuovo, modificando appena il nome: The New Journeymen. Al banjo arriva Marshall Brickman: sì, proprio quello che compose Duelin’ Banjos, ovvero la colonna sonora di Deliverance, ossia Un tranquillo weekend di paura (eseguita da Eric Weissberg, e siamo già a tre banjoisti ebrei: Weissberg, Weissman, Brickman, stranezze imponderabili) e che scriverà assieme a Woody Allen le sceneggiature di Manhattan, Io ed Annie, Misterioso omicidio a Manhattan e Il dormiglione). E il terzo componente chi è? Lei, Michelle, finalmente in prima linea sulla scena assieme al marito, cosicché il trio supera subito, in bellezza, anche la lineup degli analoghi Peter, Paul and Mary. Pochissimi i brani reperibili, per questa seconda formazione. Qualche raro footage all’interno di documentari, e pochissime audioregistrazioni ci restituiscono una realtà leggermente in declino rispetto ai Journeymen. Il problema è un po’ proprio lei: con la voce non ce la fa. Si sente poco ed è piuttosto stonata. Una voce non educata musicalmente, insomma. Tenetevi stretto questo link (benché sia accreditato come brano dei Mamas & Papas) perché è prezioso: Bound For Higher Ground (1965), http://www.youtube.com/watch?v=uxvoGhRK7oc. Quanto all’estetica, non è ancora quella che ce la farà amare di qui a poco, ma è ancora quella della brava mogliettina americana ordinata e inquadrata. Intanto possiamo immaginarci Hodel nelle vesti del Quilty di Nabokov (o, meglio, in quelle del Sellers di Kubrick) mentre insegue la fresca coppietta, dalla West alla East Coast, camuffandosi e cambiando auto ad ogni avvisaglia di pericolo.

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The New Journeymen: Marshall Brickman, Michelle e John Phillips

In un secondo momento, Brickman viene rimpiazzato – e con lui, purtroppo, anche il banjo – da un personaggio che resterà negli anni fedele all’amico John. Ma soprattutto alla moglie dell’amico John. Con conseguenze abbastanza strane, poi vedremo. Si chiama Denny Doherty e sa cantare molto molto bene. Diciamo che John è la mente, lui il braccio e Michelle fate voi. Subito dopo si aggiunge anche un quarto elemento, un’altra donna (evidentemente l’impatto vocale di Michelle era ancora meno interessante di quanto sembrasse) dalla personalità e dal fisico dirompenti. In più, ha una saltuaria e leggera storia d’amore con Denny. Lei si chiama Ellen Naomi Cohen, in arte Cass Elliot. È questa, in poche parole, la formazione che darà vita ai Mamas & Papas. Ma va fatto un altro passo indietro. Da dove vengono Denny e Cass? Arrivano assieme da un gruppo appena scioltosi, i Mugwumps (dei quali segnalo soltanto un brano del ’64, I’ll remember tonight: http://www.youtube.com/watch?v=-ayaj-gcT-k). E prima di far parte dei Mugwumps? Cass Elliot militava nei Big Three, un buon trio che durò soltanto un anno, con due album a cavallo tra ’63 e ’64. Una perla, Nora’s Dove, sta qui: http://www.youtube.com/watch?v=unKS_qFLvLs.

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The Big Three

Denny, invece, dava il meglio nei canadesi Halifax Three (già Colonials), altro trio folk con due album all’attivo nel 1963. Strumentalmente tiepidi, vocalmente superiori a tutti i gruppi già citati finora. Vi bastino tre esempi: Rocks and Gravels (avanti anni luce: http://www.youtube.com/watch?v=xtwAM2hkrXs), Oh, Mary, don’t you weep (incredibile, su YouTube da soli dieci giorni, c’è qualcuno come me che pensa a queste cose: http://www.youtube.com/watch?v=SoDdPzqTTN8&list=PLlFY4VJhn0NRgOjm-upxib6lANh_xosq9&index=12) e infine I’m Gonna Tell God (http://www.youtube.com/watch?v=07IQRDJY3RI).

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A questo punto i Mamas & Papas esistono ma non hanno ancora un contratto. Piccola chicca per i collezionisti musicali: il primo disco in cui vengono accreditati con il loro nome collettivo non è, in realtà, il ‘loro’ primo disco, ma il disco di un altro cantautore, ovvero This Precious Time di Barry McGuire (1965). Il vinile originale è praticamente introvabile e non contiene soltanto una prima versione di California Dreamin’ cantata da McGuire con il sottofondo dei cori dei nostri quattro. No. I Mamas & Papas cantano anche in altri brani dello stesso disco, benché siano in pochi a saperlo. Personalmente ho ricostruito il disco cercandone i singoli brani in 45giri sulle bancarelle di Londra, qualche anno fa, con ottimi risultati: i Mamas & Papas cantano anche sul sottofondo di Child Of Our Times (https://www.youtube.com/watch?v=VlM4CIQKdaM), di Upon A Painted Ocean (omaggio a Coleridge?), di Hide Your Love Away, Hang on Sloopy (https://www.youtube.com/watch?v=DCczrxYmOpA), Yesterday, Do You Believe in Magic, Let Me Be e della stessa This Precious Time (https://www.youtube.com/watch?v=v0VnCNBHIJk). Praticamente in tutto il disco, sì. E, secondo me, anche in un altro singolo dello stesso anno (nessuno me lo toglie dalla testa), ovvero la meravigliosa Eve Of Destruction, non compresa in quel disco: https://www.youtube.com/watch?v=qfZVu0alU0I. Il disco di McGuire, insomma, servì all’etichetta discografica per mettere alla prova i M&P. Prova superata. Da lì, spiccarono il volo.

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Non tutta la discografia dei M&P è fatta di perle indimenticabili. E non starò a stilarne un elenco noioso. Ne indicherò poche, qualcuna abbastanza conosciuta, altre largamente ignorate. Quattro furono i dischi pubblicati nei quattro anni tra il ’65 e il ’68. Un altro disco si aggiunse nel ‘71, per adempiere alle obbligazioni contrattuali, dopo che era di fatto già avvenuto lo scioglimento del gruppo. È solitamente riconosciuto come il loro peggior disco. Secondo me è esattamente il contrario o quasi, a dispetto della regola empirica in base alla quale i primi dischi di chiunque sarebbero sempre i migliori di una carriera. Tanto più che del primo disco, di buon successo discografico, non vi indicherò neanche un solo brano. Il secondo comincia a farsi già più interessante ma… è tutt’oro quel che luccica? No. Fermiamoci subito: il nostro John Phillips/Humbert Humbert deve già cominciare a fare i conti con Michelle. La quale in un momento di debolezza si concede proprio al comune amico Denny Doherty, ormai voce principale del quartetto. Come fu, come non fu, venne temporaneamente espulsa lei, anziché lui. Con tanto di cause legali e una maledizione che ella scagliò a tutti e tre: “vi seppellirò tutti!”. Col senno di poi va detto che quando Michelle dice una cosa, poi la fa.

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Ma tutto s’aggiusta, specie perché John è a pezzi ed è prontissimo a perdonarla. Come del resto Cass Elliot perdona Denny. Lasciamo perdere questo sbaglio di porte. Dunque eravamo al secondo disco. Sarà la sofferenza dell’autore ma, guardacaso, questo disco comincia già a contenere almeno tre minuscoli capolavori: No Salt On Her Tail (https://www.youtube.com/watch?v=EYnRbL82pqY), in cui finalmente John sembra aver ritrovato il coraggio di osare con i contrappunti con i quali si dilettava ai tempi dei Journeymen; My Heart Stood Still (https://www.youtube.com/watch?v=wxaqLiJ5VZc) e Once Was A Time I Thought (https://www.youtube.com/watch?v=1d_g-nIgUQI). E su questi due brani bisogna dire qualcosa. Il primo è la cover di un vecchio standard jazz. Se provate ad ascoltarne una qualsiasi altra versione vi renderete conto di cosa John era capace di aggiungere con le sue capacità di arrangiatore. Un minuto e quaranta secondi di meraviglia. John non era solo un grande creatore di armonie: quando si metteva a lavorare su una cover ne usciva fuori sempre un capolavoro, una vera reinterpretazione profonda, studiata, non solamente cantata da voci diverse e suonata con strumenti diversi come in tanti si sono limitati a fare. Quanto al secondo brano, è un breve scioglilingua scritto proprio da lui, ed è l’unico caso – secondo me – in cui altri sono stati capaci di far meglio: ci provarono e ci riuscirono, nel ’68, i Mutantes (trio brasiliano molto particolare, non sempre azzeccatissimo ma con una buona produzione di folk-rock scanzonato, floreale e leggermente psichedelico, il quale avrà poi anche un’ottima parentesi prog), modificando appena le armonie, intitolando il brano Tempo No Tempo e adattando il testo al portoghese, ancora più efficace nell’effetto dello scioglilingua: https://www.youtube.com/watch?v=uGEgkbgr20k.

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Os Mutantes

Poteva filare tutto liscio? No. La registrazione del secondo disco fu temporaneamente interrotta perché Michelle ebbe una scappatella con un altro artista: Gene Clark dei Byrds. Almeno, questa volta, se l’era cercato in un’altra band (anche perché gli uomini, nella sua, erano finiti). Passiamo al terzo album. A parte la cover di My Girl, segnalo solo due pezzi degni di nota: la cover di Dedicated To The One I Love (che sadicamente John assegnò alla voce solista di Michelle. Guardatevela: https://www.youtube.com/watch?v=4M7gKZqgHn4) e Look Through My Window, pienamente a firma di John: https://www.youtube.com/watch?v=yrSIfO5AQHc. Vi sembra il caso di passare al quarto album? Non si può. Prima c’è un altro paio di corna. Stavolta, a beneficiare delle grazie di Michelle, in terra d’Albione, è Roman Polanski, fresco di matrimonio con Sharon Tate. Tant’è vero che, quando la povera Tate verrà assassinata, Polanski pensò pure a una vendetta da parte di John. Povero John, non era possibile, avrebbe dovuto fare un eccidio lungo decenni. E, del resto, poi si seppe che la vittima di quel massacro non doveva essere la moglie di Polanski, che viveva con lui in affitto nella famigerata villa del massacro ad opera di Charles Manson, ma la moglie del proprietario ovvero l’altra divina Candice Bergen. Ma andiamo avanti, ci sono ancora due dischi e Michelle è già pronta in sala-registrazione.

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Ditemi quello che volete ma il quarto e (pen)ultimo album dei M&P è un capolavoro assoluto. Guai a chi minimizza l’utilità della sofferenza degli artisti. Il titolo dell’album è più insignificante dei precedenti (bisogna dirlo, in fatto di nomi e titoli i M&P non ci hanno mai capito granché): The Papas & The Mamas. Grande fantasia. Ma il contenuto è superbo. Di dodici brani, almeno sei sono capolavori assoluti. E non menziono neppure l’arcinota cover di Dream A Little Dream Of Me. No, cito i seguenti pezzi: Twelve Thirty (Young Girls Are Coming to the Canyon) (https://www.youtube.com/watch?v=kcP4k6Uzbzg), For The Love Of Ivy (https://www.youtube.com/watch?v=sVIpu5lQey0), Gemini Childe (di cui va sottolineato il finale https://www.youtube.com/watch?v=cgqtcFRkOQY), Too Late (https://www.youtube.com/watch?v=QOIYaDDUwwg) e, dulcis in fundo, le due ciliegine sulla torta (da ascoltare in assoluto silenzio, per gustare i cori come si deve), ovvero Safe In My Garden (https://www.youtube.com/watch?v=CXw76KW_KCg) e la somma, insuperabile Mansions (https://www.youtube.com/watch?v=BXJeancuzp8). Poi venitemi a dire un’altra volta che John Phillips non era un genio. Provateci.

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Nel ’68 Michelle dà alla luce Chynna Phillips ma ciò non basta a garantire l’idillio tra i due: mentre Cass Elliot abbandona il gruppo per dedicarsi alla carriera da solista, le cose tra John e Michelle vanno a rotoli e nel ’70 arriva il divorzio. Anche perché Michelle ha fretta di sposarne già un altro: Dennis Hopper. E ha fretta perché divorzierà anche da lui, dopo appena una settimana.

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Michelle con Dennis Hopper

Insomma, è lei che decide. Anche perché nello stesso anno decide di passare in altre braccia, dove resterà per due anni: quelle, ancora più celebri, di Jack Nicholson. Ed è con questo palmares all’attivo che si ripresenta in studio di registrazione davanti a un John distrutto dall’alcool e dalla droga, qualsiasi tipo di droga, quando nel ’71 i M&P sono costretti a rivedersi per onorare il vecchio contratto discografico e dare alla luce il loro vero ultimo album: People Like Us.

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Michelle con Jack Nicholson

Come dicevo, non lo ritengo il loro peggior album ma, anzi, il secondo in ordine di qualità. C’è qualche amenità di troppo (ad esempio due pessimi brani cantati in modo discutibile dalla stessa Michelle) ma gli arrangiamenti sono meglio curati e la qualità del suono è tutt’altra cosa rispetto alla semplicità dei primi quattro. Ve ne indico soltanto un paio: People Like Us, https://www.youtube.com/watch?v=VEheEwBolDs; e Shooting Star, https://www.youtube.com/watch?v=BXJeancuzp8. Che debba trattarsi dell’ultimo disco è comune volontà dei quattro. Ma, volenti o nolenti, lo sarà ugualmente poiché, tre anni più tardi, proprio Cass Elliot muore prematuramente.

Innocent Mama Leaves Court

La storia dei M&P potrebbe quindi finire qui. E almeno qui finisce quella principale, non volendo immergerci nelle discografie da solista dei restanti tre componenti: nulla di particolarmente rilevante, per nessuno dei tre, neppure per il grande John. Al quale però, prima di concludere, va dato atto anche di un altro merito: probabilmente senza di lui il concerto di Woodstock (tanto emulativo delle mode della West Coast da essere organizzato, inopportunamente, nelle fredde e piovose campagne non lontane da New York) non sarebbe esistito; e neppure quello dell’Isola di Wight, dell’anno dopo (nell’ancor più fredda isoletta britannica). Perché? Perché entrambi i raduni copiavano un’idea già messa in atto due anni prima di Woodstock, ovvero il Monterey Pop Festival: messo su in piena West Coast, com’era giusto che fosse, e giusto nel ’67, in piena Summer of Love. E completamente ideato da John Phillips. Altro merito poco conosciuto, dunque.

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Lasciamo perdere quindi le successive carriere discografiche dei singoli. Ma non possiamo tacere di quanta strada Michelle fece nel cinema. Grazie a Hopper? Grazie a Nicholson? Sempre a malignare! Fatto sta che recitò in parecchi film (tra cui uno scollacciato Valentino, al fianco di Nureyev) e non disdegnò neppure le serie televisive (arrivando, negli anni ’90, a recitare il ruolo della madre di Valerie in Beverly Hills 90210). Nel frattempo, ovviamente, s’è sposata altre tre volte (con Robert Burch, Grainger Hines e Steven Zax) ma prima di loro ebbe un’altra relazione celebre con Warren Beatty, giusto per mettere i puntini sulle i.

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Warren Beatty, Michelle e sua figlia Chynna

E la piccola Chynna? Ha tentato la fortuna con un vomitevole trio pop composto da lei e dalle figlie dell’altro genio Brian Wilson: le Wilson-Phillips, appunto. Ma evidentemente se i figli d’arte sono naturalmente un flop, le figlie sono pure peggio. Ah, ovviamente è superfluo precisare che anche John, nel frattempo, si era risposato. E che sia lui che Michelle hanno avuto altri figli: chi più, chi meno, tutti passati per centri di riabilitazione e conducenti tenori di vita improbabili tanto a trenta quanto, a maggior ragione, a tredici anni: pare che, in casa di papà John, su tavolini e mobili vari i soprammobili preferiti fossero vasi contenenti, con nonchalance, secchiate di cocaina (come i cioccolatini a casa di vostra zia). Ma non dirò della fama di tutta questa prole infinita e, del resto, c’è poco da condannarla. Bisogna avere poca scelta, quando si nasce e si cresce nel lusso più sfrenato dietro i cancelli controllati di qualche megavilla da sultano, nascosta su per gli erti vicoli alberati di Beverly Hills o del Laurel Canyon. E ancora meno se ne deve avere se, ai tuoi primi compleanni, i primi a citofonare non sono i tuoi nonni ma Mick Jagger o McCartney, o se i tuoi genitori frequentano tutto un giro di talentuosi impuniti, tutti enormemente celebri e sfondati di miliardi, tutti più o meno gravemente tossicodipendenti, talvolta indicati anche come collegamento tra l’Intelligence federale e il narcotraffico (non senza un passaggio attraverso l’occultismo). È Los Angeles, bellezza. È essere divi a Los Angeles.

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Il punto definitivo di questa storia sarebbe il caso di metterlo però nel 2001, quando muore anche John, devastato dall’alcool e dagli eccessi di ogni sorta. Il povero Humbert non ha retto alle evoluzioni sociali di Michelle e ai suoi multiformi coinvolgimenti. John sarà poi coinvolto in uno scandalo postumo, morboso quanto quelli dell’inizio di questo post. Ma di cui, a questo punto, è preferibile tacere (anche perché messo in discussione da molti).

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L’altro componente del gruppo, il ‘fidato’ Denny, muore nel gennaio 2007. Cosa aveva detto, Michelle? Che li avrebbe seppelliti tutti? Ehm… E, a questo punto, perché dicevo che lei sarebbe una Lolita a lieto fine? Perché a differenza di Dolores Haze non la ritroveremo mai a trascinare le pantofole, indossando occhiali tenuti insieme col nastro adesivo, in una stamberga di campagna, con un marito affettuoso quanto spiantato. No, Michelle, è quella che meglio di chiunque ha saputo farsi da self-manager. E oggi è una ricchissima democratica californiana, con due punti fissi: la filantropia e l’antiproibizionismo. Non c’è che dire, una vita invidiabile, per quello che ne sappiamo. Ma ripensando a Hodel (che a differenza di Clare Quilty ha vissuto da impunito, e molto a lungo) e ripensando alla povera Tamar e allo strano Mr. Gilliam, sinceramente non riesce a non venirmi in mente quella frase di Nabokov, quella sull’assenza della voce di Lolita nel mezzo di un coro di bambini ascoltato per caso, al termine della storia.

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Per quanto riguarda i pettegolezzi su fatti controversi, le notizie sono tratte dai seguenti siti:

http://www.reclusiveleftist.com/2009/09/25/i-was-alive-in-the-60s-and-remember-the-mamas-and-the-papas-so-i-guess-its-time-for-me-to-weigh-in-on-the-mackenzie-phillips-thing/

http://en.wikipedia.org/wiki/George_Hill_Hodel

http://www.vanityfair.com/online/daily/2009/09/michelle-phillips-and-friends-speak-out-about-mackenzies-incest-allegations

http://kikoshouse.blogspot.it/2008/01/twisted-tale-of-black-dahlia-avenger-la.html

http://www.theuncool.com/journalism/rs259-michelle-phillips/

http://www.telegraph.co.uk/culture/music/6228133/John-Phillips-a-lifetime-of-debauched-and-reckless-behaviour.html

http://informationfarm.blogspot.it/2010/04/rue-story-of-laurel-canyon-and-birth-of.html

http://informationfarm.blogspot.it/2010/04/inside-lc-strange-but-mostly-true-story_15.html

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