Deformazioni linguistiche 2. Galateo breve contro le mode dell’italiano e altre sciagure lessicali.

nanni moretti alba fragalia araba     La lingua si evolve. E fin qui nessun problema. Altrimenti ci troveremmo a parlare quell’italiano che il doppiaggio cinematografico nostrano ancora imponeva ostinatamente negli anni ’50 in Delitto Perfetto (è solo il primo esempio che mi viene in mente: “tirar via” nel senso di “arrangiare in fretta”, oppure –“Rammenti quando…?” –“Sì, lo rammento”, il tutto deturpato dall’inopportuna cadenza forlivese dell’onnipresente Dhia Cristiani). Ma la lingua a volte si involve pure, purtroppo (apro subito una parentesi che non c’entra, ma mi viene in mente come alla base del nome di una band degli anni ’80 ci fosse un’incomprensione linguistica: i Devo credevano che “devoluzione”, e non “involuzione”, fosse il contrario di “evoluzione”. E pazienza). All’università, gli errori sui libri di testo mi distraevano inevitabilmente. C’era un manuale, dall’elegantissima rilegatura, pelle blu e lettere in oro, scritto da un giovane professorone bilingue: costui si ostinava a intendere la parola “riccorre” (?) con il significato di “ricorrere”. Ora, credo che nemmeno il più ardito accademico della Crusca possa riuscire a scovare una giustificazione per una stranezza del genere, che nemmeno un ipercorrettismo consonantico di un romanoderoma escogiterebbe. Lo stesso professore scriveva mille volte cose come “dei Stati”. Ma va bene, a un mezzo straniero non si può richiedere la perfezione. Al correttore di bozze della prestigiosissima casa editrice, però, sì.

dial M for murder alba fragalia arabaI codici non erano da meno, e da settant’anni si continua a ristamparli pur non facendo caso come qua e là diversi articoli siano discordi sull’esatta grafia di “bagattella” o “bagatella”, pur essendo d’accordo su un discutibile “reati bagatellari”. Oppure, scivolando sul latino, sull’indecisione in merito alla maggior correttezza di “nonies” anziché di “novies”. Restano poi altri problemi più concettuali: quell’inutile pignoleria insita nell’elencare, ad esempio, uno per uno tutti i destinatari di una norma facendo illudere che qualcuno ne resti fuori (mentre poi si scopre che non è affatto così). Mi spiego: è proprio necessario oppure è un po’ ridondante specificare, dopo una frase come “tutti i beni del defunto”, un inciso come “mobili e immobili”? Conoscete altri tipi di bene? Un po’ come dire “ho fatto due passi in centro. Sia con la gamba destra che con la sinistra”. Altra sciocchezza analoga, tipica dell’ambito giuridico-burocratico, è quell’inutile “entro e non oltre”. Questo è ciò che si dice lapalissiano, benché il povero Jacques Chabanne de La Palice non abbia alcuna colpa delle idiozie che vanno sotto il suo nome (il fatto è che, quando morì, i suoi soldati intonarono un canto che a un certo punto recitava “un quarto d’ora prima di morire era ancora vivo”). Giusto perché si sta parlando di diritto, annoto qui un paio di cose che hanno meno a che fare con gli errori: non dico che tutti debbano sapere che, negli esempi di scuola, lo schiavo si chiama sempre Stico o che un terreno oggetto di compravendita è sempre detto “fondo Corneliano” (pazienza per la damnatio memoriae comminata a Stico e Cornelio). Ma mi sono sempre chiesto perché nella parlata corrente siano sopravvissuti Tizio, Caio, quando si ha pazienza pure Sempronio, ma mai i successivi Mevio e Calpurnio. Boh. È curioso, poi, che certe locuzioni latine abbiano avuto più fortuna nel mondo anglosassone che da noi. Penso a “persona non grata”, usatissima negli USA. Probabilmente il mancato uso, qui da noi, è dovuto al rischio di fraintendimento – da parte di chi non è avvezzo al latino – tra “sgradita” e “ingrata”.

Jacques Chabanne de La Palice alba fragalia arabaNé sono tanto purista da esigere che tutti rispettino certe accentazioni corrette, eppure a volte spiazzanti, rispetto all’uso comune. Faccio qualche esempio, che prendo e trascrivo da Aldo Gabrielli, Come parlare e scrivere meglio (Milano, 1974). Àlacre, alchìmia, guaìna, lùbrico, monòlito, seròtino, scandinàvo, micròbio, màgiaro, Nobél, valùto, Caraìbi, diurèsi, gòmena. Tantomeno pretendo che tutti sappiano al volo da dove provengano i seguenti abitanti (cito ancora dalla stessa fonte): nemorensi, apontini, ancirani, clodiensi, tifernati, apitergini, bordigotti, corciresi, panteschi, braidesi, gedanesi, rodigini, brissinesi, domensi, salodiani e salodiesi, bustocchi, eporediesi, sammaritani o sammaresi, gaditani, leodiesi, camerti o camertini, segusini, tiburtini, viscesi, nisseni, eugubini edochiani e carachegni.

Detto ciò, pochissime persone – che io sappia – hanno capito il nome di questo blog e il gioco di parole che c’è dietro. Né starò qui a spiegarlo. La maggior parte lo pronuncia – prevedibilmente – con gli accenti sbagliati, non capendo il significato. Questo ve lo posso dire: si dice àlba fragàlia aràba. Qualcuno si sarà anche accorto che nel menu c’è un’altra pagina, dal nome strano. Non pretendo che tutti sappiano anche il significato di quell’altra parola. Il fatto è che però si sbaglia anche sulle cose molto semplici, o si abusa di forme logore trascurabili. Ad esempio sarebbe auspicabile  che nel parlare comune si perdessero certe mode senza senso, superflue se non del tutto fondate su errori. Lasciamo perdere congiuntivi e condizionali perché forse è partita persa: la lingua italiana è continuamente infettata da modi di dire irripetibili eppure arciripetuti. Le ragioni le sappiamo: l’inglese legittimamente invasivo, l’ignoranza diffusa, i media scadenti. Sarebbe difficile fare una classifica delle turpitudini della lingua parlata, magari in stretto ordine di gravità. Provo a elencarne qualcuna in ordine libero, immaginando tra me e me quali potrebbero essere le pene corporali che infliggerei a chi ne fa uso.

Sala d’aspetto. È senz’altro quella che fa più ribrezzo. La sala d’aspetto potrebbe essere, al limite, una sala piena di specchi in cui guardarsi. L’aspetto è una cosa, l’attesa è un’altra.

Dono dell’ubiquità. Non vi arrestano se evitate di dire che è un dono. Potete dire virtù, talento, dote, decine di altre parole. O anche non dire nulla. Ubiquità è sufficiente, non ci cascate.

Manca proprio il tempo materiale. E di che materiale sarebbe fatto il tempo, di grazia? Sarà quello in polvere, nelle clessidre?

Della serie… ecc. ecc. Avete sicuramente passato troppo tempo davanti al televisore, e non è un bel biglietto da visita. “Della serie” è nato quando le annunciatrici televisive avvertivano l’imminente appuntamento con il tale film, telefilm o affine, che fosse inserito – appunto – in una serie che seguiva un determinato filo logico. Che senso ha imitare un gergo tecnico televisivo fuori dal contesto? Poi, ovviamente, c’è il tremendo gergo giornalistico:

Spezzare una lancia. Il guardaroba degli studi televisivi sarà pieno di lance spezzate.

Mettere dei paletti. E se mettessimo tutte le mezze lance di cui sopra? Sai che risparmio?

La kermesse canora. Basta, pietà.

Grande quanto un campo da calcio. Il campo da calcio come unità di misura è un concetto molto caro alla famiglia Angela, e che fa leva sulla scarsa consistenza culturale del proprio affezionato uditorio nazionalpopolare. Tanta gente sa effettivamente quanto è grande un campo da calcio, più o meno. Io non tanto. Ma un giorno ce lo ritroveremo all’Ufficio Internazionale dei Pesi e delle Misure. Di recente, per dovere di cronaca, ho sentito addirittura utilizzare il coraggioso esempio del campo da basket!

Ufficio internazionale pesi e misure alba fragalia araba 2Sono sereno. È l’affermazione che, nei talk show, esce soltanto dalla bocca chi sereno non è per nulla. Dite altro, è palese il vostro imbarazzo.

O così o Pomì. Evidentemente guardavate un sacco di tv anche negli anni Ottanta, e con la testa siete rimasti lì. Ma una frase del genere è stupida come i piatti quadrati o le guarnizioni artistiche sulle portate dei ristoranti (avete presente quelle goccioline di aceto balsamico o di cioccolato, fintamente casuali e invece enormemente tristi e parvenu?).

Quella che è ecc. ecc. State prendendo tempo, non sapete cosa dire, è evidente. Anzi: “quelli che siete voi stanno prendendo quello che è il tempo. Non sapete quella che è la cosa da dire, è quello che è evidente”: annoiati?

Piuttosto che. E qui c’è ormai tutta una coltissima letteratura, cui rimando per maggiore chiarezza. Non siete milanesi migliori o migliori oratori se continuate a torturare il “piuttosto che” usandolo anche quando non va usato. Me lo state facendo odiare così tanto che ho deciso di non usarlo neppure quando si può. Cercate di capire qual è la differenza:  http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/uso-piuttosto-valore-disgiuntivo.

Piuttosto che niente, meglio piuttosto. Certo, non fa una piega.

Attenzionare. Gergo di origine poliziesca. E questo basta.

Stare sul pezzo. Quando, come e perché sia nata è un mistero. Un mistero che però può stare molto sul pezzo a qualcuno.

Di sempre. Idiota emulazione dell’“ever” inglese. Fino a un anno fa si diceva “di tutti i tempi”, “che mai”. Ora si sgomita per inventarsi una frase che possa contenere questa gloriosa idiozia hipster.

Mode on. Se siete tristi non è indispensabile che scriviate “tristezza: mode on”, non siete robot. Ma, di sicuro, il vostro problema è “cervello: mode off” (Ungaretti avrebbe mai scritto “come d’autunno sugli alberi le foglie: mode on?”. Oppure: Quasimodo avrebbe mai scritto “Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole / sera: mode on”?

Epic fail! Potete dirlo in italiano. Se avete la licenza elementare.

Random. Idem.

Di default. Fino a poco tempo fa bastava dire “automaticamente”. Che vi è preso?

Chiocciola. Perché dobbiamo chiamarla così? Non le somiglia nemmeno. Per niente. Si dice “at” (pronunciabile sia all’inglese che alla latina, dal momento che la usavamo pure noi trecento anni fa). Punto (un brevissimo link che vale la pena di aprire: http://luciodp.altervista.org/articoli/principe/08Chiocciola.html).

chiocciola at alba fragalia arabaCancelletto. Cos’è un cancelletto? Quello del giardino? Ne avete davvero uno fatto con soli quattro pezzi e talmente storto? È vero, si “cancellava” con una “cancellata” di linee, prima della gomma per cancellare o, meglio, per rendere invisibile (la gomma non cancella un bel niente, in realtà: annulla). Il problema è che questo # serve a tutt’altro che a cancellare. E un nome, in italiano, ce l’ha già, benché dal greco: diesis.

Qualcuno metterebbe in lista anche avere contezza. Non sono d’accordo: brutto è brutto, ma in realtà si tratta di un colto residuato dei registri alti di altri tempi. Ben venga, con parsimonia.

Il 1800 non è l’Ottocento, è solo un anno, per favore. Per intenderci: una donna può aver avuto due parti nella prima metà dell’Ottocento, non nella prima metà del 1800.

Poi un’assurda battuta cronologicamente isolata a qualche anno fa: nel passaggio da Tremonti a Monti si sarebbero persi due monti. Mah, a casa mia “monti” è plurale, i monti possono essere due (caso di svantaggio rispetto a Tremonti), tre (caso di parità), o più di tre fino all’infinito (tutti casi di vantaggio rispetto a Tremonti). Piccola precisazione linguistico-matematica.

Si sta facendo poi strada un’altra moda orripilante. Però qui ci vuole orecchio: è la cadenza cantilenante, in stile anglofono, nell’elencare alcune cose. Sopporto l’uso che ne fa Severgnini, perché se gli togli l’inglese gli togli una ragione di vita, ma ora ci si mette anche chi non ha mai visto un aeroporto. Vi sono poi altri problemi, non lessicali, ma sempre legati allo scrivere o al parlare. Perciò proporrei di:

1) abolire il Times New Roman, ché ormai è utilizzato soltanto dalle seguenti categorie: 1) ultrasessantenni, 2) paladini del cattivo gusto, 3) chi un computer sa a mala pena accenderlo, 4) impiegati cui si richiede di redigere una fatidica ‘circolare’

2) ritirare dal commercio tutte le penne con l’inchiostro blu: non hanno ragione di esistere. Perché allora non scrivere pure in verde, in viola o in marrone?

3) piantarla di fare, con i due indici e i due medi, il gesto delle virgolette. Anche perché, il più delle volte, le virgolette non occorrono neppure. E quindi:

4) essere avari di virgolette, apici, sergenti e caporali. Il fruttivendolo che scrive “frutta” fra virgolette vende probabilmente qualcosa che è simile alla frutta ma che non è frutta (e qui vi rimando all’esilarante blog http://www.unnecessaryquotes.com/).

5) andarci piano, con l’O.K. Sono talmente tante e contraddittorie, le varie etimologie proposte, che si corre il rischio di non sapere ciò che si dice.

Agli spagnoli: avete perso un’occasione d’oro. Il punto interrogativo non è altro che una q minuscola il cui punto si è spostato dalla destra alla base (q. = quaestio). Detto ciò, voi utilizzate un altro punto interrogativo, rovesciato, all’inizio della domanda. Che, applicando lo stesso criterio a ritroso, equivarrebbe però a una b minuscola con un punto sulla cima. Dico che avete perso un’occasione perché sarebbe bastato, anziché rovesciare verticalmente il vecchio punto interrogativo, rovesciarlo orizzontalmente ottenendo così una p con il punto alla base. Una p che poteva benissimo rimandare alla parola pregunta. Sciocchini.

Una piccola postilla per quanto riguarda l’italiano regionale parlato. Più che ad imparare che si dice qualsiasi e non qualsiési, periodo e non periédo, austriaco e non austriéco, atlante e non attlante, dovreste decidervi ad attribuire un solo significato alla parola “ancóra”. Frequentando gente proveniente un po’ da tutt’Italia, si riscontrano i seguenti diversi significati per l’avverbio. La frase “ancora arriva il freddo” può significare, nei seguenti luoghi: (Verona) il freddo non arriva più; (Siena) arriva anche il freddo; (Molise e Foggia) il freddo non è ancora arrivato (non vuole decidersi ad arrivare); (Bari) dovesse mai arrivare il freddo (vuoi mai che… non sia mai che… metti caso che…); (Sicilia) appena arriva il freddo.

Moretti diceva “chi parla male pensa male e vive male”. Ma forse è pure peggio: “chi parla male non pensa affatto ma vive benissimo”.

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