Libraria 2. Di una curiosa formula di chiusura epistolare.

     Capita, setacciando biografie, di doversi imbattere in epistolari più o meno corposi e più o meno allettanti. Ora uno che fa? Legge la missiva e ne trae le conseguenze più evidenti. No. Non se si è affetti dall’ossessione per il dettaglio (uno dei primi sintomi è l’ostinazione a voler leggere, durante gli anni dell’Università, anche le inutilissime introduzioni ai manuali scientifici: come sottrarsi, prima di certi gorghi di noia, alle facezie dei timorati ringraziamenti tra accademici? O a certe dediche del tutto inopportune? Quella, per esempio, ad una misteriosa figura femminile, in apertura a un tetragono manuale di diritto processuale: “Ad Amneris”, poi acuita in maniera inquietante nel libro successivo: “E il ricordo di Amneris è sempre con me”. Mah.

E capita insomma di soffermarsi su certe formule di saluto in chiusura alle lettere ottocentesche (ma anche tardosettecentesche o del primo Novecento). La faccio breve: evidentemente era frequentissimo, in quel periodo, raccomandare al tipografo che le epistole venissero composte meccanicamente in maniera del tutto fedele all’originale. Ma doveva anche essere frequente, nel redigere le missive a mano, lasciare tra l’ultimo rigo e la firma uno spazio maggiore che tra la firma e il bordo inferiore del foglio. Cosicché, quando dopo l’ennesima rilettura ci si decideva a chiudere il foglio per spedirlo, l’unico spazio per aggiungere luogo e data – qualora non li si fosse anticipati in apertura – restava appunto lo spazio tra la fine del testo e la firma del mittente. Con un effetto abbastanza comico, al di là dell’aura d’autorevolezza. Perché – semplificando – era possibile leggere conclusioni di questo tenore:

Il tuo amato

Milano 24 dicembre 2014

Mario Rossi.

     Ora, di esempi potrebbero trovarsene centinaia anche soltanto in Italia. Anzi, sarebbe bello che qualcuno avesse la paziente follia di raccoglierli. Io me ne ritrovo a portata di mano, e di memoria, pochissimi (ed escludo tutti quelli delle Lettere dell’arguto sen. Ferdinando Martini, †1928). Si può partire dalla dedica introduttiva al trattato della Cucina teorico pratica del duca Ippolito Cavalcanti (1837):

Cavalcanti - Visci alba fragalia araba

e continuare con i due esempi che stanno insieme in un piccolo pamphlet elettorale calabro-lucano, Risposta ad una lettera intitolata: La elezione del deputato nel collegio elettorale di Matera, in marzo 1867:

Mazzario - Franchi alba fragalia araba

Franchi - Mazzario alba fragalia araba

     È poi il turno delle dediche introduttive ai tre tomi della Storia dei cosentini di Davide Andreotti (1869 e 1874):

Andreotti Palmieri 1 alba fragalia araba

Andreotti - Palmieri 2 alba fragalia araba

Mentre la terza recita

ricevi i miei abbracci, e credimi

Napoli addì 15 dicembre 1874

Onorevole Fraschitto Palmieri

Tutto tuo

Davide Andreotti.

   E si può finire con la dedica a Bertrando Spaventa da parte di Francesco Fiorentino (Bernardino Telesio: ossia studi storici su l’idea della natura, 1872):

Fiorentino - Spaventa alba fragalia araba

     No, non ridete, era soltanto un appiccicoso e forse involontario attaccamento alla forma, cui siamo devoti anche noi oggi, per altri versi. Se è vero, ed è vero, che nell’epoca del copia e incolla potremmo, almeno in linea del tutto teorica, mandare al diavolo tutta la sterminata teoria di abbreviazioni editoriali e redazionali, buone per la mano o per la macchina da scrivere ma oggi, pensateci, abbastanza anacronistiche. Ma chi di noi ci rinuncia?

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