Musiche 5. La sindrome da Fruizione Sonora Compulsiva #4 (di I. Raulsson)

     Da qualche tempo alba fragalia araba ospita saltuariamente gli scritti musicali di I. Raulsson il quale, affetto da una duratura forma di psicosi da fruizione sonora compulsiva con episodi di bulimia musicale ciclica, narra di volta in volta la commovente esperienza del suo caso clinico, unendo i puntini da Kabalevskij agli Animal Collective, da Ennio Porrino agli Half-handed Cloud, da Heinz Lau agli Zubi Zuva. Invidia chi sa andare con la testa sott’acqua. È invidiato da chi non sa andare in bicicletta contemporaneamente in piedi e senza mani. Per le sue orecchie è passato di tutto.

Continua da https://albafragaliaaraba.wordpress.com/2014/03/29/musiche-3-la-sindrome-da-fruizione-sonora-compulsiva-3-di-i-raulsson/

scopitone alba fragalia araba

     La cronologia della sindrome è rigorosa. Il penultimo periodo di sofferenza (ma siamo sicuri che riuscirò a sbrigarmela con un solo altro post per arrivare al giorno d’oggi?) coincise con incroci di ascolti e letture: Giovanni Piana, Mondrian e la musica (Milano, 1995) spiegava in due parole quella sorta di progressiva dematerializzazione del segno grafico, l’apparente semplificazione lineare e cromatica, di pari passo con la passione di Mondrian per il jazz e per la destrutturazione che tradizionalmente ne scaturiva; Michel Chion, Musica, media, tecnologie (Milano, 1996) illustrava le ‘bolle musicali’; ripescare una prima edizione del Popolo del Blues di Leroi Jones era già tutto un saggio invito a fregarsene del music business. Stesso dicasi per l’edizioncina Pelican Book del ’57 di European music in the twentieth century (un rigorosissimo Howard Hartog in lingua originale).

howard hartog alba fragalia araba
Eppure non potevo, non potevo proprio ignorare certi ammiccamenti radiofonici e televisivi, peraltro contemporanei a una certa rivisitazione, abbastanza in voga a metà anni ’90, di certi stilemi musicali, grafici e stilistici dei primi ’60. Dico: ve la ricorderete l’ipercolorata pubblicità dei Levis in gabardin, con sottofondo di A Nanny in Manhattan, no? (https://www.youtube.com/watch?v=V97HZEvckRo); oppure, ricorderete il video di Carnival dei Cardigans? (https://www.youtube.com/watch?v=MFIM4HMKNY4). Aperta parentesi: a questo proposito devo correre in difesa di questo gruppo sempre bistrattato quando c’era da elogiarlo e poi applaudito quando cominciò a far schifo. Qui lo scrivo e qui lo sottolineo: l’album Life dei Cardigans era un capolavoro, volontariamente ma ironicamente facile, zuccheroso, perbenino. Non è certo l’ascolto della vita ma era concettualmente azzeccatissimo. Peraltro, gli italiani continuano a pensare che fosse il loro esordio: no, il loro esordio fu Emmerdale, enormemente più casereccio, anzi, campagnolo. Molto ben fatto anche quello. E sempre gli italiani cominciarono ad apprezzare il gruppo soltanto quando se ne uscì fuori con schifezze del livello di Lovefool o My favourite game, ignorando futili ma graziosi antidepressivi come Fine o le irriconoscibili e geniali vecchie cover dei Black Sabbath di cui i primi dischi erano pieni. No, signori, i Cardigans furono bravi davvero. Furono. Lo so, mi sto giocando in due mosse la reputazione di musicofilo ma lo ammetto: avevo in camera una loro foto autografata, una maniacale collezione di cd, ep e addirittura una rara Country Hell in vinile (https://www.youtube.com/watch?v=qZeIj6zfuGU). Misteri dell’editoria musicale degli anni ’90. Che poi ora lo so cosa state pensando: sì, sì, lei era svedese, e quindi?

philippe katerine alba fragalia araba

Ma torniamo al restyling anni ’60. Chi di voi ricorda Philippe Katerine? Nessuno, chiaro. Altro incompreso genio della musica leggera francese (e poi in fondo neppure sempre leggera). Grande chitarrista, discreto cantante, buon compositore. Scovai per caso un suo ep a quattro soldi. Da lì cominciai a raccattare qualsiasi cosa lanciasse sul mercato. Un disco come Mes mauvaises fréquentations – voi non ci crederete – resta forse tra quei dieci/venti che porterei sulla fatidica isola deserta. Canzoni come Le plus beau jour de ma vie oppure Chanson des jours bénis (https://www.youtube.com/watch?v=q4pzIbdLh5c&feature=kp) non danno nemmeno il senso di quanto Philippe Katerine possa riuscire a essere anche camaleontico e irriverente. Un ultimo link e poi non parlo più di lui, promesso: Jésus-Christ mon amour, (https://www.youtube.com/watch?v=XUudoBtKRSE). E non c’è niente da fare, ogni volta che parlo di lui mi torna in mente l’altro francese di dieci anni prima, quell’altro genio di cui già ho parlato qui:

https://albafragaliaaraba.wordpress.com/2013/12/20/musiche-1-la-sindrome-da-fruizione-sonora-compulsiva-di-i-raulsson/, Hugues Le Bars, quello del jingle della biondissima pubblicità del Grand Marnier (https://www.youtube.com/watch?v=gcodZq5hehE) o dell’Acqua Fabia (https://www.youtube.com/watch?v=K6VZfVxxXVw&feature=kp) ovvero Locomotive Vocale e Bébé Funk, e di centinaia di altri brevissimi brani ad altissimo tasso di genialità, all’epoca ritenuti poco più che potenziali sottofondi per pubblicità, sfilate di moda, balletti o semplici virtuosismi di un mezzo matto alle prese con i primi campionatori. Ma mettetevi ad ascoltare Vélo-cello, oppure Arepo, scioglilingua pensato a partire dall’inverso di Opera (ma anche omaggio al seminatore Arepo, quello che tenet opera rotas, se siete abbastanza svegli) e poi giocato sulla pronuncia delle singole note della linea melodica, facendo attenzione a pronunciare Po in luogo di Do (L’A-Re-Po, appunto… insomma, se non è chiaro restate a bocca aperta: http://val.az/arepo-hugues-le-bars-mp3/). Roba che chiunque oggi si diletti con la musica elettronica dovrebbe innalzare templi dorati a Le Bars. E invece lo ignora bellamente. Oppure vogliamo parlare dei campionamenti della voce di Ionesco in J’en ai marre? O di Malraux, o di Versace che sbocconcella corollari ideologici ed elargisce consigli di femminilità? O di Solo du clergé (http://www.deezer.com/track/5125015) e di Piano et voix rythmiques (http://val.az/piano-et-voix-rythmiques-hugues-le-bars-mp3/), giusto per dirne altre due?

hugues le bars alba fragalia araba

Ma lasciamo perdere gli anni ’90: la sindrome si fece rassegnata e mi portò a scavare ancora (non che prima lo facessi poco) nella musica più vecchia, in quella già morta e sepolta o con qualche dito del piede nella fossa. Mi imbattei in un cofanetto della Rhino Records che valeva tutta l’esorbitante cifra richiesta: The Doo-Wop Box, appunto, senza troppi giri di parole. 101 brani rigorosamente a cappella, registrati dal ’48 (cioè dalla primissima It’s too soon to know, e stiamo parlando di otto anni prima dell’arcinota Rock Around The Clock, sopravvalutato ed erroneo simbolo dell’inizio del rock’n’roll) fino agli unici superstiti del genere, ovvero i Platters i quali, edulcorati e già pesantemente strumentali, rappresentano soltanto – sappiatelo – la modestissima punta di un iceberg che si sciolse per varie tristi ragioni: la musica doo-wop era difficile da eseguire; dovevi essere almeno intonato (era molto più facile strimpellare due accordi a una chitarra per suonare Louie Louie o Summertime blues); le radici gospel e la tendenziale ‘negritudine’ delle band non incontravano particolarmente i favori dei benpensanti negli USA degli anni ’50 (le uniche band bianche erano, peraltro, nutrite ciurme di italoamericani di Little Italy, quindi la questione non migliorava granché); le etichette musicali di riferimento erano quasi sempre piccole, se non piccolissime meteore imprenditoriali. Eppure erano tutti gruppi grandiosi: a parte alcuni brani di Pomus e Shuman, gli altri erano tutti composti dagli stessi componenti delle band, e vi si trova anche la prima originalissima versione di Barbara Ann dei Regents, autore Fred Fassert (fratello di uno dei componenti), anni prima dei Beach Boys. Il doo-wop morì senza eroi, eccetto forse quel Frankie Lymon bambino prodigio, che abbandona le scene già all’inizio degli anni ‘60 e che nel ‘68 già muore d’eroina (https://www.youtube.com/watch?v=q96ylFiQK_I). Piccolo inciso: sono gli anni in cui a cimentarsi con il doo-wop c’è pure una Carole King quindicenne, per dire quale tipo di scuola il doo-wop può esser stato per questa arciprolifica e arciprecoce compositrice. Fuori dal doo-wop, ma non troppo lontano, sarebbe il caso di togliersi il cappello davanti ai dischi degli Hi-Lo’s, stavolta bianchi, bianchissimi, graditissimi ai wasp. Provate con canzoni come Rockin’ chair (https://www.youtube.com/watch?v=lFMKm1KRes4&feature=kp) oppure con Hannibal Mo’, They didin’t believe me oppure You’re the top (sì, quella che anche Woody Allen cita in Zelig attribuendo la scomparsa di questo cognome dal testo a causa dell’impossibile rima). Non so, a parte un gruppo di cui parlerò in un post a parte, tutto per lui, per me il concetto di vocal group si ferma qui. E a parte, forse, una menzione d’onore alle sorelle Third Wave nella loro Niki (certo, sotto l’ala di George Duke sì che si potevano fare cose grandiose: https://www.youtube.com/watch?v=NxDt_clNcks&list=PL44F0D962FCBD17B6).

alba fragalia araba doo wop

     E lo Scopitone? E tutto il sottobosco che vi girava intorno? Avete idea di cos’era, questa sorta di sfortunato antenato dei video-jukebox, finito in soffitta per la fragilità dei nastri? Il periodo d’oro dei videoclip per lo Scopitone (o Cinebox che dir si voglia) è la metà degli anni ’60, sia in Italia che all’estero. Accontentatevi di qualche link: per l’impeccabile outfit di George & Teddy (https://www.youtube.com/watch?v=ykd_NPu1ZxU); per l’orrenda gonna di Sylvie Vartan (https://www.youtube.com/watch?v=fD2I2Rmgs7g); per un abito rosso in Sherry de Les Chats Sauvages (https://www.youtube.com/watch?v=EHbODMey4WE); per le Kessler in costume da bagno (https://www.youtube.com/watch?v=H9W0cE3uWcA); per la versione francese di If I had a hammer, cantata dai bruttissimi fratellini e sorelline noti col nome di Les Surfs (aveva ragione Marco Polo, sulla bruttezza dei malgasci: http://www.dailymotion.com/video/x7yuei_les-surfs-si-j-avais-un-marteau_music); o, ancora, per un’impeccabile lezione di twist alla francese, da parte di Orlando (https://www.youtube.com/watch?v=S1HaUZKoPSk); per un’imbarazzante lezione di twist all’italiana, da parte di Pino Donaggio (https://www.youtube.com/watch?v=5b0JzYMKF7g&feature=kp); per l’inguaribile arretratezza italiana sia in Petronio di Marino Marini (https://www.youtube.com/watch?v=nmm8Z0Hpf8A&feature=kp) che nei Brutos (http://www.youtube.com/watch?v=rTq4fWqoXVo) e, infine, per quattro risate con lo strabismo de Los Alcarson (https://www.youtube.com/watch?v=bNsdtH1y4IM).

Ebbene sì: (continua…)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: