Musiche 3. La sindrome da Fruizione Sonora Compulsiva #3 (di I. Raulsson)

Da qualche tempo alba fragalia araba ospita saltuariamente gli scritti musicali di I. Raulsson il quale, affetto da una duratura forma di psicosi da fruizione sonora compulsiva con episodi di bulimia musicale ciclica, narra di volta in volta la commovente esperienza del suo caso clinico, unendo i puntini da Kabalevskij agli Animal Collective, da Ennio Porrino agli Half-handed Cloud, da Heinz Lau agli Zubi Zuva. Invidia chi sa andare con la testa sott’acqua. È invidiato da chi non sa andare in bicicletta contemporaneamente in piedi e senza mani. Per le sue orecchie è passato di tutto.

continua da https://albafragaliaaraba.wordpress.com/2014/02/26/musiche-2-la-sindrome-da-fruizione-sonora-compulsiva-2-di-i-raulsson/

tdkD90 albafragaliaaraba

Parte III.

Edgar Varèse avrebbe apprezzato il mio liceo: lì non c’era la campanella ma una sirena futurista, vagamente contraerea. In quegli anni di morte civile della musica (e basta che andiate un po’ a guardare le classifiche degli anni ’90, e che vi ricordiate che l’unico ossigeno era l’ondata degli unplugged di MTV) scelsi di ripescare nella musica più vecchia. Quindi continuai a scegliere anziché farmi scegliere, tramite una volontaria alfabetizzazione sulla musica leggera straniera degli anni ’60 e ’70. Perché nessun adolescente deve prescinderne. La cosa, peraltro, è gloriosamente utile ai fini dei voti in inglese. Perché se è vero che la professoressa mi redarguiva per la pronuncia troppo americana, troppo West coast (e che ci vuoi fare? Troppi Eagles e Doors determinano questo), è anche vero che è l’unico modo sbrigativo per imparare l’irregolare pronuncia di parole-tranello come recipe (in Lilac wine, grazie Jeff†), gemini (in Gemini childe, laddove la e finale non è un errore, grazie John†, Denny†, Michelle e Cass†), alibi (in Hotel California, grazie Don), o sfoderare nei compiti in classe una terminologia apprezzatissima (appreciate e apologise, grazie ai Beatles) nonché spacciare per farina del proprio sacco un’intera canzone di Lennon e McCartney, in risposta a un tema dal titolo “parla del luogo che preferisci” (There’s a place). L’importante è non pronunciare fire come un netturbino dei sobborghi londinesi (quella specie di fòia come nei Clash) né utilizzare la tremenda pronuncia di John Fogerty, direttamente dal delta del Mississipi (penso a turnin’ e burnin’ in Proud Mary – dette tòenen e bòenen) e neppure le varie s alquanto campagnole (direi quasi silane) del pur sommo Nick Drake (andatevi a sentire, in From the morning, la raccapricciante pronuncia di questi versi: and see she flies, and she is everywhere, see she flies all around, https://www.youtube.com/watch?v=eNZ3AnuKuBY). Piccolo inciso: perché, nelle foto dei Creedence, il fratello bassista di Fogerty ride sempre, sempre, sempre? Era una paresi o erba particolarmente buona? Peraltro sono gli anni di altre domande ataviche: She comes in colors (in She’s a Rainbow) è l’esclamazione di Jagger quando vide il primo film porno a colori o sotto acido? Oppure: I don’t know where but she sends me there (in Good vibrations) è il dilemma di Brian Wilson davanti a un’italiana che lo mandò a f…?

Fatto sta che la cubatura della mia stanza cominciò a ridursi impietosamente, dovendo lasciare il posto a un’infinita quantità di audiocassette (chiamatele così, se mai ve ne fosse ancora occasione: non chiamatele musicassette, che fa rabbrividire) che contribuivano a deodorare l’ambiente con particolarissimi sentori di plastica (quello preponderante era anche il più buono, ovvero quello delle TDK D90, una specie di profumo di fiori secchi sintetico). Sì, le TDK D90 erano intanto le più serie esteticamente, e poi erano tra le ultime audiocassette a essere ancora fornite di vitarelle nere, indispensabili per aprire il tutto e capovolgere il nastro per sentire i risucchi al posto dei colpi di rullante e lo stupido crescendo di ogni nota di chitarra. La catalogazione fu un problema serio, tanto serio da non essere mai affrontato. La collocazione era invece un’ossessione. Si seguì dapprima il criterio dello storico catalogo Nannucci (le sottoserie Italia/Rock-Pop/Jazz-Etnica/Classica). Dopo una quindicina d’anni optai per un unico corpus: tutti insieme, da Barry Adamson agli Zubi Zuva passando per Adelmo e i suoi Sorapis, Mozart, canti anarchici, e musica tradizionale dell’Anatolia, senza contare dialoghi con amici e demo personali, rigorosamente filed under R, appena prima di Rautavaara. Unico criterio: l’alfabeto. Abbasso le categorizzazioni. Perché ovviamente nulla veniva mai buttato, nemmeno le cose più inascoltabili che mi fossero capitate tra le mani, nemmeno in periodi di penuria di cassette vergini. Unica eccezione: Blood, Sugar, Sex Magik (credo, o altro disco dei Red Hot Chili Peppers), perché dopo anni passati ad ascoltare pop anni ’60 non potevo sopportare quei rullanti tesi fino a urlare pietà. Fu cancellato dopo appena una settimana, unico caso nella mia storia.

La bulimia sonora era ormai entrata a pieno regime con la musica californiana, bella e brutta, da High flyin’ bird (https://www.youtube.com/watch?v=U3i8vtqDpXo) alla ridicola I’ll play for you di Seals & Crofts (https://www.youtube.com/watch?v=y-8BE3upeC8), passando per l’opera omnia di Phil Spector. Opera omnia come compositore e arrangiatore, s’intende, perché – nonostante non abbia mai cantato o suonato – c’è lui dietro ottima parte della musica ultraleggera degli anni ’60 (anche senza contare le sue creature, le Ronettes di Be my baby, quella stessa canzone per cui Brian Wilson esaurì d’invidia, forse per quei geniali 8 colpi di batteria prima dell’attacco vero e proprio). E in più mi iniettavo musica anche imparando a suonare la chitarra, finendo per abbandonare gli accordi per qualche assolo di Zappa o, camicia di forza in agguato, di Robert Fripp (oh, cos’era l’assolo di The night watch!, https://www.youtube.com/watch?v=Qqkr7vjiPGg) o di quell’orrendo brano (Verdilac, https://www.youtube.com/watch?v=qGYfIx5SPhU) dei post-Doors – come li chiamavo io, quelli postumi rispetto a Morrison – decorato però da due magnifici assoli, sax prima e chitarra dopo, che io eseguivo uno dopo l’altro adattando per chitarra anche il primo. Furono gli stessi anni cui cominciai a rendermi conto di quanto s’era approfittato in Italia negli anni ’60 e ’70 con la scusa del mero adattamento di testi inglesi. Mogol, per esempio, ma anche tanti altri, prendevano una canzone inglese di successo, traducevano o adattavano in italiano il testo e potevano così dirsi coautori. Il gioco era fatto. Tanti tanti diritti d’autore. L’elenco è sconfinato, non mi va di farlo, anche perché mi rattrista. Ma, se non ci credete, trovatemi una bella canzone italiana di quegli anni, magari di successo, e poi ne parliamo. È sempre questione di hook, come dicevo nella prima puntata. Un solo esempio, però, lo voglio fare. Una certa canzone arrivò al successo in Italia grazie a una pessima versione cantata da Gianni Morandi. Peraltro, la versione italiana fu anche adattata e semplificata per venire incontro alla scarsissima raffinatezza musicale degli italiani: avrebbero mai potuto, questi, capire quanto fosse azzeccata la controvoce, nella versione originale? Mai sia. Ed eccola qui, la bistrattata versione originale:… http://www.youtube.com/watch?v=7ZofFpizK04&feature=related (NB la piroetta del cicciottello riccioluto in camicia bianca, verso metà brano: lui e il cantante furono successivamente presi sotto l’ala di Zappa, con il nomignolo di Flo&Eddie. E, ancora, va detto che la canzone era nata come parodia impietosa delle canzonette zuccherose per adolescenti. Ed ebbe un successo straordinario. Ovviamente Morandi non l’ha mai capito).

Cosa si poteva salvare della musica italiana? Bel problema. Non sopporto i sedicenti poeti con la chitarra in mano. Per me potrebbero prendere carta e penna e lasciare la chitarra a chi sa farci anche altro. Lo so, sono spietato, non posso farci niente. Il preambolo significa: niente Guccini e De André (anzi, non li metto nemmeno tra i tag). Del secondo ho apprezzato appena un paio di brani, scoprendo subito che erano stati composti da Nicola Piovani. Dicevo, io. Paolo Conte? E va bene, vada per Conte, ma a piccole dosi. No, della musica italiana passata potevo salvare soltanto lo spesso autoironico progressive rock, in tutte le sue espressioni da me raccolte: Balletto di bronzo, Banco del mutuo soccorso, Il volo, Io e il tempo, Metamorfosi, Museo Rosenbach, Nuova era, Osanna, Panna fredda, Perigeo, Procession, Quella vecchia locanda, La locanda delle fate, Raccomandata con ricevuta di ritorno, Il rovescio della medaglia, Zauber, anche se in nessun caso potevano avvicinarsi alle vette qualitative dei maestri stranieri del genere, King Crimson sopra tutti, poi Genesis, Emerson Lake & Palmer, Van Der Graaf Generator. No, i Pink Floyd non c’entrano una mazza, quello è solo rock autoreferenziale. E, per carità, non mettete di mezzo gli Area e Stratos, personaggio sopravvalutatissimo. Non era un mago della voce, mettetevelo in testa. Quello che sapeva fare lo fa da millenni qualsiasi pastore medio della Mongolia, sappiatelo: il canto difonico, diplofonico per Stratos, lì ha un proprio termine tradizionale, che è xöömij. E non basta: se da una parte i pastori asiatici non arrivano alla triplofonia, dall’altra conoscono ben sei diverse tecniche difoniche, ovvero: nasale, faringale, toracica, addominale, narrativa e la isgerex, nota come “voce del flauto nasale”. Canto difonico, canto difonico… che poi, a pensarci bene, ne fanno uso pure gli Zubi Zuva, ogni tanto. Non sapete chi sono? Troppa roba, non si può riassumere, vi rimando a un vecchio articolo del mio amico: http://www.freakoutmagazine.it/12-05-2004/music-mag/live-report/50361/yoshida-tatsuya-shibasaki-yukifumi-takahashi-hideki-zubi-zuva-x-teatro-san-leonardo-bologna/. E siccome sto parlando di voci devo anche confessare d’aver fatto parte di un coro laico, ottima metodo per conoscere i lati peggiori di studenti e docenti di conservatorio, la loro tendenziale ignoranza e la loro tendenziale spocchia infondata (però al conservatorio qualche sedicente brillante maestro arriva addirittura a insegnare l’intervallo di terza minore con l’esempio della sirena dell’ambulanza, wow!). Scherzi a parte, tra Jacob Arcadelt e Moritz Hauptmann, tra una Nach grüner Farb mein Herz verlangt e una Nočevala tučka zolotaja, le mie preferenze si indirizzavano sempre verso l’Abschied vom Walde di Mendelssohn e la Kommt ihr gspielen, senza tralasciare i giochetti giovanili del canone mozartiano (O du eselhafter Martin). E siccome non mi so limitare, ho sviluppato anche una personalissima tecnica di fischio, ottima per gli staccati. Ma fischiare reca un dispiacere tipico: accorgersi che, puntualmente, qualcuno vicino a te comincia a fischiettare un motivo vagamente simile a quello che hai appena finito di fischiare. Vagamente simile ma tremendamente diverso. E poi c’è quella strana tendenza, del tutto inconsapevole, a fischiare qualcosa, concluderlo, e riprendere lo stesso qualcosa a mezzo tono più alto. E così via, sempre di mezzo tono più su (a meno che qualcuno non sia pratico in emissione distinta di śruti). Ma è una tecnica fischiatoria, quella cui accennavo, ottima per le linee principali di qualche ragtime (penso alla cervellotica Pineapple Rag, https://www.youtube.com/watch?v=3-PtpGBmr5E&feature=kp) o per alcuni virtuosismi banjoistici di Bela Fleck e Tony Trishcka (e il loro album Solo Banjo Works l’ho fischiato per intero centinaia di volte come pure, in momenti di maggior sconforto per il cavo orale, tutto il Köln Concert, fin quando non mi accorsi che Jarrett aveva prodotto anche cose più interessanti: In the light, Hymns-Spheres, The surviror’s suite, Staircase, Concerts-Bregenz, Spirits, Book of ways, Dark interiors). Perché sì, era anche il periodo in cui cominciai ad ascoltare jazz. Non lo ascolto più perché fischiettarlo mi fa sentire più presuntuoso di quanto già in pieno diritto non sia. Ma due cose le devo dire: smettetela di associare lo spogliarello a You can leave your hat on. Se proprio dovete, mettete questa: http://www.youtube.com/watch?v=s8Vyh-QBhHE. E poi che andrebbero scolpite nella memoria di chiunque almeno due brani: Unquity road di Pat Metheny (https://www.youtube.com/watch?v=hPdaQDSlp9c) e Els Segadors rifatta da Charlie Haden e la Liberation Music Orchestra (https://www.youtube.com/watch?v=pV_6R4o2YpE). Pezzo magnifico per un funerale, perché limitarlo all’inno nazionale catalano?

Zappa e Beefheart chiudono questo periodo di ascolti, ma anche su di loro ci sarebbe troppo da dire. E troppo s’è detto. Nella prossima puntata, invece, si sospenderà per un giro la cronologia, stilando dieci buone ragioni per non ascoltare un certo gruppo italiano molto in voga.

(continua…)

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