Deformazioni teoriche 2. Lo pseudo-ermafrodita che imbarazzò la scienza. Appunti per una ricerca.

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     Era il 1802 quando la Società tipografica All’Apollo, di Mantova, pubblicava un libercolo dal titolo Relazione, riflessioni e giudizio sul sesso di un individuo umano vivente chiamato e conosciuto sotto il nome di Giacoma Foroni. Oggi se ne trova, con qualche difficoltà, una ristampa anastatica del 1998, sempre mantovana, e arricchita da una breve prefazione del compianto prof. Giorgio Celli. È il rendiconto che una dotta commissione scientifica dell’Accademia Virgiliana (medici e giuristi, con tanto di pittore al seguito) stilò il 13 maggio di quell’anno, autorizzata dal Governo e in presenza del podestà, al termine di una lunga analisi delle anomalie fisiche che marchiavano una giovane contadina di Roverbella. Giacoma, appunto (e tanto di cappello ai genitori che non riuscirono a trovare nome più adatto alla creatura), non era né carne né pesce. Più precisamente non era neppure ermafrodita: non è che avesse organi femminili con in più qualcosa di maschile, né che avesse i secondi con qualcosa dei primi. Non serviva, non poteva essere fecondata, non poteva fecondare. E sì che sua madre se n’era pure accorta e aveva pure chiesto il parere di tre mammane dei dintorni. Ma esse parteggiavano per il proprio genere d’appartenenza, per chissà quale strana forma di solidarietà tra sessi deboli e debolissimi. Tutto Giacoma poteva essere, insomma, meno che un maschio. E poi, anche a voler coprire le stranezze del suo inguine (il “teatro delle stravaganze”, come lo descrissero i medici), restava comunque evidente il petto: meglio vestirla da donna, crescerla come tale, farle tenere i capelli lunghi e insegnarle magari il ricamo. E fa niente se in 23 anni aveva avuto solo due “corsi lunari”, anche perché a ben vedere non erano nemmeno tali, ma chissà che altro trascurabile sintomo. Fu così, per questa educazione, che Giacoma finì per credersi donna e sentirsi tale, fino a convincersi – e lo dichiarò – di provare attrazione per gli uomini (come se poi ciò avallasse necessariamente l’appartenenza al sesso femminile). Ma la Deputazione medico-chirurgica sbottò dinanzi a tali incongruenze e, affetta da manicheismo acuto, ossequiato con empirico rigore, sentenziò: donna non è, bensì “uomo ma conformato con bizzarria nel pudendo”. E i giuristi glossarono: sì, ma non essendo in grado di procreare non deve neppure sposarsi.

     Si sarà adeguata al duplice oracolo? Sarebbe interessante spulciare i libri mortuorum dei registri parrocchiali locali, per scoprire se ne venne annotato il decesso come Giacomo, sorta di transgender obbligatorio, ex lege. Ma poi in quale parrocchia? Giacoma Foroni, nata il 22 maggio 1779, viveva nella località Foroni – dove evidentemente i suoi avi risiedevano già da un pezzo – poco fuori il paese di Roverbella. Quella piccola contrada esiste ancora e si chiama ancora così (mentre i Foroni superstiti abitano tutti in paese) e le chiese più vicine erano e sono tre: quella di S. Francesco d’Assisi, eretta nel 1713 nella frazione Malavicina; l’Annunciazione di Roverbella, d’impianto trecentesco ma ricostruita nel 1766; e quella di S. Rocco, d’impianto quattrocentesco  ma ricostruita nel 1728 nella frazione di Pellaloco. Non è escluso che i tre cimiteri annessi alle suddette chiese esistessero anche prima dell’editto di Saint Cloud, e che quindi Giacoma possa esser stata sepolta anche lì, ma è più probabile che si sia seguito l’uso antico e che perciò, se un barlume di pietà spinse il parroco ad accettare in chiesa l’incolpevole essere mostruoso, Giacoma debba essere stata tumulata nelle cripte o alle pareti, magari in segreto, a bassa voce, senza lapidi nelle navate. Del resto, così lontano non l’avevano probabilmente neppure mai vista, e le sue preghiere le avrà smozzicate, con virili segni di croce, soltanto davanti alla cappellina di contrada Foroni, che ancora resiste sull’odierna Strada Bassa Belvedere, sotto l’ostinata invocazione Ave Maria (giammai un angelo asessuato), e di fianco a un segnale stradale che perpetua il perenne dualismo sessista: “Scuolabus”.

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