Musiche 1. La sindrome da Fruizione Sonora Compulsiva (di I. Raulsson)

Da oggi alba fragalia araba ospiterà saltuariamente gli scritti musicali di I. Raulsson il quale, affetto da una duratura forma di psicosi da fruizione sonora compulsiva con episodi di bulimia musicale ciclica, narrerà di volta in volta la commovente esperienza del suo caso clinico, unendo i puntini da Kabalevskij agli Animal Collective, da Ennio Porrino ad Half-handed Cloud, da Heinz Lau agli Zubi Zuva. Invidia chi sa andare con la testa sott’acqua. È invidiato da chi non sa andare in bicicletta contemporaneamente in piedi e senza mani. Per le sue orecchie è passato di tutto.

trio

Parte I.

Non presto quasi mai i miei libri. Quando succede me ne pento. Ora per esempio mi servirebbe poter ripercorrere le mie sottolineature ad Alfred Tomatis, Ascoltare l’universo. Dal Big Bang a Mozart (Baldini Castoldi Dalai, 2003) e mi tocca rinunciare: vi si trattava anche della fruizione musicale da parte del feto… perché è da lì che bisogna partire. Credo che i primi suoni da me assimilati in maniera massiccia e ripetuta siano state le ritmiche di bolli e timbri dell’ufficio postale in cui bazzicavo da feto. Aggiungiamoci il brusio dell’utenza e di qualche telescrivente che gracchiava. Non un bell’inizio. Verso il secondo mese di gravidanza avrò cominciato ad avvertire sigle di edizioni straordinarie del TG, scandite ripetutamente per due mesi, fin quando Aldo Moro non venne definitivamente fatto fuori. Decisi poi di troncare la mia personale prigionia placentare nel giorno della discussa morte di Giovanni Paolo I, così i miei pianti avrebbero disturbato i resoconti del nuovo conclave e il relativo scampanio. E mi ritrovai in un ambiente domestico fin troppo muto. Quarto piano in un silenzioso quartiere periferico e poco trafficato, niente animali domestici, niente musicofili in famiglia (solo un malinconico carillon col quale facevo primi rudimentali esperimenti su armoniche e velocità).

E dal momento che la hit parade italiana del 1978 non registra niente di particolare (né ricordo un particolare uso di apparecchi radiofonici in casa mia), credo che i miei primi ascolti siano stati veicolati dalla televisione. Se dovessi dire qual è stato il primo vero e proprio prodotto musicale di cui ho certa memoria, la scelta cadrebbe sui seguenti dimenticabili brani. Molta roba dell’epoca l’ho certamente conosciuta negli anni successivi, perciò anche il morbosetto Triangolo di Renato Zero deve cedere il posto a quell’insopportabile lagna da sedicente tombeur de femmes che risponde al titolo di Pensami (1979), eseguita da Julio Iglesias e dovuta alla mano di criminali del buon gusto, tali G. Belfiore e María Grever. Seguiranno a stretto giro altri esempi, tendenzialmente demenziali e rientranti comunque in un’ottica più vasta, e ormai accettata, tipica del decennio seguente. Penso a Cicale (1981), resa purtroppo famosa da Heather Parisi e dovuta all’affannosa collaborazione di ben cinque autori (perché le cose vanno fatte per bene); a Donatella (1981) della Rettore, da me improvvisamente urlata durante una messa domenicale sotto gli occhi scandalizzati delle suore, ben più abituate al Santo zairese (quell’“Osanna eh, osanna eh, osanna nell’alto dei ciel” che riecheggia il Wimoweh dello Zimbabwe); e ad Anna dai Capelli Rossi (1981), laddove l’autore Vince Tempera si invischiò in un dibattuto caso di incerto plagio tra lo spiritual reggae Rivers of Babylon dei Melodians (scritto nel 1970 da Brent Dowe e Trevor McNaughton sulla base del Salmo 137, che tratta dell’esilio del popolo ebraico dopo la conquista di Gerusalemme nel 586 a.C., vedi lo scoppiettante http://www.youtube.com/watch?v=fGyfxOCYvtM)  e la popolare Bandiera Rossa (o Avanti popolo! che dir si voglia) nel giusto sunto oleografico e infantilista a metà tra cattolicesimo e materialismo battagliero.

Fin qui, insomma, nulla di particolarmente gradito. Mi accorsi subito, peraltro, di preferire le canzoni in lingua straniera, benché la causa resti oscura: non è infatti una questione di appetibilità degli hook nell’elementare distinzione fra la forma-canzone anglosassone e quella italiana (per saperne di più: Franco Fabbri, Il suono in cui viviamo, Feltrinelli, 1996) perché i primi esempi di canzone straniera che ricordo con discreto piacere sono strutturati in maniera differente dall’una e dall’altra forma. Cosa ancora più curiosa, sono entrambi in lingua tedesca: Da Da Da (1982) dei tedeschi Trio (http://www.youtube.com/watch?v=ZviYmTMpBXE); e Der Kommisar (1982) dell’austriaco Falco (http://www.youtube.com/watch?v=_w4Xulsjo5I) (per la cronaca, vent’anni dopo ne ripescai su una bancarella il 45rpm, edizione tedesca, ed ebbi finalmente l’opportunità di ascoltare il lato B contenente Helden von heute, http://www.youtube.com/watch?v=a3oNqDa6bEc, ovvero quel maldestro plagio – anche nel titolo – della Heroes di David Bowie). Del resto non va minimamente pensato che il tedesco cozzi con il cantato pop. O, almeno, i tedeschi non vi hanno mai badato: non c’è bisogno di arrivare alla graziosa quanto incantabile Stella Maris (1996) degli Einstürzende Neubauten (http://www.youtube.com/watch?v=pm_aut6RDAY). È sufficiente restare attoniti nel valutare in maniera sobria quale esecutore buttare giù dalla torre tra Tony Holiday (al secolo Rolf Peter Knigge) e Raffaella Carrà, entrambi alle prese con il medesimo brano, ovvero Tanze samba mit mir (1977) (http://www.youtube.com/watch?v=UW5RDeRDy1I) ovvero A far l’amore comincia tu (1977), in cui della prima canzone resta indenne il solo innocuo e breve verso “liebe liebe liebelei”. E poi la stessa ingenua duttilità della lingua tedesca nei riguardi della musica leggera, leggerissima, evanescente, è ben testimoniata pure dai caroselli tedeschi raccolti nei due volumi di Popshopping (2000-2001), di cui suggerisco almeno due brani, Nescafé Calypso (1957) di Max Woiski (http://www.youtube.com/watch?v=7yKgsRqgnc0) e Swing A Little, Kim A Little (1967) di Klaus Wüsthoff (http://www.youtube.com/watch?v=e3o0akp1nmE), per due diverse ragioni: nel primo caso per qualche riflessione sociologica sull’innocente disinvoltura dei costumi tedeschi in periodo appena postbellico; nel secondo caso per ragioni strettamente musicali e, in particolare, per le diverse e distinte acciaccature di batteria).

Ma fin qui non si può ancora parlare di vera e propria compulsività della fruizione. Quella è giunta dopo, e credo sia nata per la necessità di alienarmi durante i pranzi nella mensa delle scuole elementari. Si trattava dell’ennesimo girone dantesco: un enorme stanzone, un numero imprecisabile di bambini, almeno 250. Cibo maleodorante, atroci e continui schiamazzi, assordanti rumori di stoviglie per un’ora e mezza al giorno, per cinque giorni a settimana, per quattro anni. Succedeva che mi isolassi mentalmente creandomi un immaginario guscio sonoro, ripercorrendo mentalmente tutto l’allora limitato repertorio musicale di mia conoscenza. Credo che questo abbia anche influito sulla mia memoria musicale straordinariamente precisa, paragonabile a quella visiva dell’Ireneo Funes. E in cosa consisteva questo eclettico repertorio?

(continua…)

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