Araldica 2. Alterazioni dello stemma civico cosentino (editio minor)

CS     

     Un recente lavoro di Mario Perfetti (1), difficilmente reperibile quanto ottimo (benché dalle sue conclusioni si debba dissentire) ha recentemente illustrato la continua deformazione e alterazione dello stemma civico del Comune di Cosenza: esso è oggi regolarmente travisato in pressoché ognuna delle sue raffigurazioni, ed è giusto auspicio che prima o poi qualche amministratore, accorto anche di fronte a questi non trascurabili dettagli, lo riporti alla sua forma più antica e genuina.

     Dunque la prima descrizione (1536) dello stemma della Città di Cosenza è quella contenuta in una rara opera dell’umanista cosentino Nicola Salerno (n. 1490 ca.) (2), il quale menziona soltanto “sette colli”. E infatti anche la prima raffigurazione documentata di questo stemma (poco più tarda della precedente: 1557) (3) si limita a indicare “sette colli al naturale in campo d’argento”. Identica raffigurazione è quella immediatamente successiva (1596), posta sul frontespizio dell’Orazione di Giovan Paolo d’Aquino in morte di Bernardino Telesio (4), nonché quelle del Ragguaglio (1639) di Sambiase (5), della Calabria illustrata (1691) di Giovanni Fiore (6) e del Regno di Napoli (1703) di Pacichelli (7).

È solo a questo punto che appare la prima diversa indicazione degli smalti, dovuta all’Epitome (1709) di  Castiglione Morelli (8), il quale indica i colli “d’oro in campo verde”: nulla ci vieta di nutrire qualche sospetto, dal momento che per centocinquanta anni nessun araldista aveva azzardato descrivere tali smalti. E l’arcano ha forse anche una banale giustificazione: Francisco Borja, rettore della prelatura di Cosenza tra il 1500 e il 1521, indicava per Cosenza uno stemma a “sette colli d’oro in campo azzurro”. Il rettore, insomma, avrebbe attribuito allo stemma civico gli smalti del proprio stemma di famiglia, “d’oro al bue al naturale sulla campagna di verde”, oppure “d’azzurro al bue d’oro” (9), nel qual caso Castiglione Morelli avrebbe sostituito all’azzurro troppo marinaresco il più vallivo colore verde. La stessa ‘accortezza’ nei riguardi del prelato, presunto mistificatore, non fu osservata da Genovese, che nel suo stemmario (1719-1729) riporta lo stemma “d’azzurro ai monti d’oro” (10).

Interessante, poi, l’altra antica deformazione operata nel nono volume dell’Italia sacra di Ferdinando Ughelli (1721), laddove i monti sulla campagna sono curiosamente ordinati 2, 5 (11).

     Da lì in poi si entra in epoca moderna e le varie raffigurazioni scultoree non fanno onore, come spesso accade, all’indicazione degli smalti mediante il noto sistema araldico del tratteggio (ad indicare i vari colori), degli eventuali puntini (ad indicare il ‘metallo’ dorato) e dell’omissione dell’uno e degli altri (ad indicare il ‘metallo’ argentato). Fa eccezione lo stemma posto in cima al portale della Cassa di Risparmio su Corso Telesio che, in linea con il dettato – invero poco fededegno – di Castiglione Morelli, riporta sul fondo dello scudo le linee oblique che scendono dalla sinistra verso la destra di chi guarda, a indicare, appunto, il verde.

     Una prima ‘autentica’ alterazione è quella dello stemma posto all’ingresso inferiore della Villa Vecchia, in cui il fondo dello scudo diventa, per la prima volta (anni Venti del Novecento), azzurro, ricongiungendosi quindi – e, suppongo, involontariamente – all’impostura di Borja.

     Scorretto in termini araldici ma molto interessante se interpretato nel contesto dell’arte razionalista del Ventennio, l’esempio in granito alla base del monumento ai Caduti, posto nella Villa Nuova. Nel 1938 è la volta dello stemma posto all’ingresso dell’Accademia Cosentina, in cui appare il fantasioso attributo della ‘campagna’, ovvero quel non irrisorio accenno di pianura ai piedi dei colli. Tre anni dopo si giunge all’errata deliberazione ufficiale: con Regio decreto del 24 aprile 1941, trascritto nel Libro Araldico degli Enti Morali al vol. II, p. 711, lo stemma della Città di Cosenza è sancito come “di verde al monte all’italiana di sette cime d’oro. Ornamenti esteriori da Città”.

     La confusione tra sfondi verdi e azzurri, tra campagne e monti più correttamente ‘moventi dalla punta’, sarà costante nei decenni successivi (ed è da segnalare anche un singolare episodio legato a celebrazioni agonistiche risalenti al 29 ottobre 1967, in cui un manifesto ufficiale del Comune di Cosenza raffigurava i colli posti in campo argento ma moventi da una campagna d’azzurro e sormontati dal capo di rosso).

Ancora, se abbiamo visto il fondo mutare da verde in azzurro, nulla di più facile poteva accadere se non che i monti da dorati divenissero verdi (anni Novanta del Novecento), pur restando sempre muniti, ai loro piedi, dell’altrettanto fantasiosa campagna di verde, per di più percorsa dai due fiumi cittadini, mai precedentemente menzionati nell’arma (se non in una pessima riproduzione che campeggiava in cime alle copertine della pur gloriosa rivista «Calabria nobilissima», almeno negli anni Cinquanta del Novecento). A peggiorare le cose si aggiunge la resa stilizzata degli stessi due fiumi – presente in altre raffigurazioni – che, aumentando il contrasto tra tratti sottili e grossi, li trasforma addirittura in due laghi.

     Il tanto vituperato gonfalone cittadino, infine, è in realtà – al confronto con questi ultimi esempi – meno errato di quanto genericamente si affermi (12): i monti sono esattamente al naturale in campo argentato. Resta semmai soltanto il problema di quell’ostinata e ingiustificabile campagna di verde.

(1) Mario Perfetti, Araldica comunale: lo stemma della Città di Cosenza, s.d. e l., diffusamente.

(2) Nicolai Salerni Cosentini Sylvulae. Epicedicae, encomiasticae, satyrycae, ac paraeneticae. Variarumque aliarum rerum descriptiones fortasse non inutiles, Neapoli, per Ioannem Sultzbacchium Germanum, 1536.

(3) Privilegii et capitoli della citta de Cosenza et soi casali, Napoli, 1557, Neapoli, apud Mactiam Cancrum, 1557 ma rist. an. Sala Bolognese, 1982, nel frontespizio.

(4) , Orazione in morte di Berardino Telesio Philosopho eccellentissimo agli academici [sic] cosentini, Cosenza, 1596, rist. Napoli, 1840.

(5) Girolamo Sambiasi, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino. Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, Napoli, 1639, rist. Bologna, 1969, p. 31.

(6) Giovanni Fiore, Della Calabria illustrata: opera varia istorica, Napoli, 1691.

(7) Veduta di Cosenza, di Francesco Cassiano de Silva, pubblicata a corredo di Gio. Battista Pacichelli, Regno di Napoli, Napoli, 1702.

(8) Fabrizio Castiglione Morelli, De patricia consentina nobilitate monimentorum epitome, Venezia, 1713 (ma già Napoli, 1709), rist. an. Sala Bolognese, 1977, p. 1.

(9) Filadelfo Mugnos, Teatro genologico delle famiglie de regni di Sicilia Ultra e Citra, Palermo, 1647-1670, ora rist. an. Sala Bolognese, 1988, libro I, pp. 136 e ss., alla voce Boira/Borgia/Boria.

(10) Gaetano Maria Genovese, Imprese delle più cospicue Famiglie del Regno di Napoli ed altri confinentino ristrette dal R. P. Lettore Gaetano M.a Genovese Carmelitano consacrata all’E.mo Sig. Cardinale Salerni nobile cosentino, 1719 e il 1729, in Luigi Palmieri, Cosenza e le sue famiglie attraverso testi, atti e manoscritti, Cosenza, 1999, p. 539.

(11) Ferdinando Ughelli, Italia sacra, sive de episcopis Italiae et insularum adjacentium, rebusque ab iis praeclare gentis, deducta serie ad nostram usque aetatem, Venezia, 1717-1722, ora rist. an. Nendeln, 1970, vol. IX, pp. 183-184.

(12) Mario Borretti, Il blasone della città di Cosenza, in «Rivista Araldica», settembre 1935, pp. 431 e ss., afferma che lo stemma è stato “dipinto dal napoletano Serpone (1895), sul gonfalone civico che come composizione artistica non c’è male, ma come disposizione araldica è semplicemente negativo e frutto del cervello più ignorante in materia”. Ma Borretti sbaglia in pieno (offrendoci, peraltro, un ennesimo esempio di traballante supponenza bruzia).

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