Araldica 5. Il più antico stemma superstite.

     schilizzi alba fragalia araba 97r

     È pacifico che gli stemmi siano nati intorno al secolo XI in ambito militare e funzionalmente alla distinzione visiva fra fazioni opposte (al pari di bandiere o analoghi segni distintivi) ed è, perciò, proprio sugli scudi che essi poterono trovarono una superficie abbastanza ampia e rigida per una raffigurazione ottimale. Questa è del resto la ragione per cui anche nei secoli più recenti – divenuto ormai lo scudo un elemento perlopiù museale e non d’uso corrente – la forma genericamente attribuita agli stemmi sia rimasta appunto quella scutiforme (se pur nelle numerose varianti note agli araldisti). Ciò non significa che ogni scudo debba essere considerato quale stemma e interpretato come tale: per operare una distinzione fra meri scudi e scudi araldici occorre individuare dei requisiti iconografici che possano essere ricondotti con discreta certezza al lessico araldico. È preferibile però analizzare casi concreti anziché tentare di stilare un decalogo che inevitabilmente non saprebbe adagiarsi in modo sempre comodo e uniforme all’intero oggetto di studio.
E l’analisi non è fine a se stessa: operata su un certo gruppo di manoscritti (o manufatti di altra natura) grosso modo coevi tra loro, consente di scorgere senz’altro la più antica raffigurazione araldica che a noi sia pervenuta. Scegliamo dunque di analizzare i più interessanti scudi raffigurati nei manoscritti miniati prodotti con discrete probabilità prima dell’anno 1200.

     Tra il 1030 e il 1056 fu realizzato il Codex aureus Epternacensis, o Evangeliario di Echternach, oggi custodito presso il Germanisches Nationalmuseum di Norimberga. Un particolare della miniatura di cui al f.77r mostra L’uccisione dei vignaioli da parte di alcuni soldati equipaggiati di scudi in tricromia (rosso, oro e il bruno degli umboni metallici o degli attacchi delle cinghie). Ferma restando in questo primo episodio una tendenza estetizzante, non mi pare di essere ancora di fronte a un palese esempio di scudo araldico.

Echternach alba fragalia araba

     Nel secolo e mezzo che corre tra il 1040 e il 1190 è stato invece collocato l’Arazzo di Baldishol, frammento di un grande calendario norvegese che oggi può essere ammirato presso il Kunstindustrimuseet di Oslo. Ne sono sopravvissuti i soli mesi di aprile e maggio: proprio il secondo raffigura un cavaliere bardato in maniera ricca e completa, munito peraltro di uno scudo che questa volta possiamo addirittura blasonare mediante la terminologia araldica consueta: “inquartato in palo-pergola rovesciata; nel primo di nero screziato d’oro, nel secondo del secondo screziato del primo; nel terzo di oro pieno, nel quarto di nero pieno; alla bordura di rosso”.

baldishol alba fragalia araba
Venti o massimo trentadue anni dopo il dies a quo del Baldishol (e dunque tra il 1060 e il 1072), nell’Abbazia francese di Saint-Sever venne redatto un commentario all’Apocalisse di San Giovanni oggi conosciuto come Apocalisse di San Severo, Beato di San Severo o, tecnicamente, come Ms. lat. 8878 della Biblioteca Nazionale di Parigi. Un particolare delle miniature del f.193r di questo commentario raffigura alcuni personaggi coronati e accompagnati da soldati. Molti sono gli scudi, alcuni apparentemente di rosso pieno, la maggior parte ornati da piccole bordure decorative ma di scarsa portata araldica. Fa però eccezione il settimo soldato da sinistra, in quanto regge uno scudo di colore chiaro sul quale campeggia la sagoma rossa di una grande foglia eptalobata.

saint sever alba fragalia araba
Ancora dal 1060, ma stavolta fino al 1100, è probabile siano stati realizzati i tre volumi della Bibbia di Saint Vaast, provenienti dall’omonima abbazia di Arras (ms. 559). È il caso di sottolineare un solo episodio: uno scudo poggiato con la punta per terra, e tenuto in piedi da un santo seduto. Anche in questo caso è possibile una descrizione araldica abbastanza canonica, fatta salva la resa cromatica che il tempo ha corrotto: “semitroncato partito, nel primo di rosso, nel secondo di verde, nel terzo d’argento”.

Arras alba fragalia araba
Soltanto dal 1067 al 1082 corre invece la migliore datazione del più celebre tra i manufatti noti agli storici dell’araldica o della storia militare, ovvero la Tappezzeria di Bayeux (nota, a dire il vero, anche agli storici dell’astronomia, in quanto raffigurante il passaggio della cometa di Halley sui cieli inglesi tra il 24 e il 30 aprile del 1066). Più che i numerosi stemmi monocromi dei soldati in atto di salpare (nelle primissime scene o nella scena 35), si osservino qui i diversi stemmi dei cavalieri del conte Guy de Ponthieu (scena 6) o dei messaggeri di Guglielmo duca di Normandia (scene 11 e 12). Siamo ormai di fronte alla massima libertà e personalizzazione degli scudi: compaiono cioè in maniera diffusa, e non sporadica come nell’Apocalisse di San Severo, stemmi ad uso esclusivo di un solo individuo (o di una sola famiglia) e non di un’intera fazione. Si scorgono nella prima delle due scene un grifone rosso in campo d’argento, una sorta di mezza bordura bicroma, una croce patente ondulata d’oro e un probabile rapace. E, nella seconda delle due scene, ancora due grifoni diversamente policromi in campo d’argento. Ancora, nella battaglia fra i soldati di Guglielmo e gli uomini di Dinan e Conan (scena 21) notiamo croci di diverse tipologie – tanto in termini di forma quanto cromatici – in campiture variamente smaltate. Per brevità non citerò tutti i numerosissimi esempi araldici presenti nei 68 metri della Tappezzeria di Bayeux, ma mi limito a indicare la terzultima scena, in cui al culmine della battaglia fra Guglielmo e Harold si denota un discreto inventario di scudi araldici la cui personalizzazione è invece declinata sul tema principale di una medesima fazione d’appartenenza: la croce per i Normanni, il grifone per i Sassoni.

bayeux alba fragalia araba 6

bayeux alba fragalia araba 11

bayeux alba fragalia araba 21

bayeux alba fragalia araba 21bis
Lasciamo Bayeux ma restiamo in Francia: tra il 1109 e il 1111 a Cîteaux viene redatta la Bibbia dell’abate Étienne Harding (oggi Mss. da 12 a 15 della Bibliothèque municipale di Digione). Risaltano due episodi: quello del f.13v del ms. 14 e quello del f.125r del ms. 15. Nel primo, il soldato che brandisce la spada è equipaggiato di uno scudo “partito: nel primo d’azzurro, nel secondo d’argento alla banda di rosso accostata da due cotisse d’oro”. Nel secondo episodio, l’angelo regge uno scudo “partito di rosso e di verde” (mentre credo che l’elemento centrale, per quanto finemente colorato, non abbia rilevanza araldica ma sia piuttosto il necessario umbone dello scudo).

1 harding alba fragalia araba Ms. 14, fol. 13v

2 harding alba fragalia araba fol. 125
Al 1135 o, al massimo, al 1175 risalgono invece gli Scacchi Lewis intagliati in avorio di tricheco e venuti alla luce nel 1831 sulla spiaggia meridionale della Baia di Uig dell’Isola, appunto, di Lewis. Si tratta dei pezzi superstiti di almeno quattro scacchiere di origine scandinava e gusto vichingo: 67 pezzi sono custoditi al British Museum di Londra e 11 al National Museum of Scotland di Edimburgo (altri 15 non sono né scacchistici né araldici, un ultimo elemento è finito – chissà perché – al Museo Nazionale del Bargello di Firenze). Pongo appena l’accento su quelle tre pedine munite di tre grandi scudi raffiguranti croci filettate o, meglio, esempi simili all’olandese traliekruis intrecciata: una in decusse, una semplice e un’altra caricata di un cerchio ad altra croce in decusse.

lewis chessmen alba fragalia araba
Del 1174 sono poi due interessantissimi esempi cechi raffigurati nell’affresco della rotonda di Santa Caterina a Znojmo, nella Moravia meridionale. Uno scudo è “di rosso pieno caricato di un fiore (d’argento o d’oro) di otto petali, alla bordura d’azzurro”, l’altro è “partito, nel primo di rosso, nel secondo d’argento, sbarrato d’oro sul tutto, alla bordura dello stesso”.

znojmo alba fragalia araba
All’arco di tempo che corre dal 1175 al 1250 appartengono invece le miniature che illustrano un manoscritto il cui testo risale a un periodo appena più remoto (1081-1110): lo Schilizzi Madrileno (Madrid Skylitzes, Skyllitzes Matritensis, ovvero Codex Graecus Matritensis Ioannis Skyllitzes. Vitr. 26-2). Giovanni Schilizzi fu uno storico bizantino vissuto nella seconda metà del secolo XI, il quale sotto l’impero di Alessio Comneno scrisse quella Synopsis Historion in cui condensò la vita di ogni imperatore in carica dalla morte di Niceforo I alla morte di Michele IV (811-1057). Dell’opera si conoscono più copie, anche più antiche di quella madrilena, ma questa è l’unica illustrata superstite. Le ben 574 immagini di questo esemplare sono peraltro riproduzioni di illustrazioni costantinopolitane precedenti e non sopravvissute. Si sa, ad ogni modo, che l’esemplare fu prodotto in Sicilia, forse a Palermo, e che appartenne fino alla fine del Cinquecento al monastero di San Salvatore del Faro di Messina, poi alla locale cattedrale e infine, dal 1690, ai duchi di Uzeda, fin quando Filippo V confiscò la libreria ducale in favore della Biblioteca Nacional de España. Almeno quindici sono le tavole di qualche interesse araldico ma è tuttavia preferibile limitarsi a indicarne le più salienti: al f.13v (abdicazione di Michele Rangabe in favore di Leone V l’Armeno) troviamo anzitutto uno scudo “di rosso all’albero frondato di nero”; al f.82r (Koutragon accompagnato da soldati bulgari) si registra un primo raffinatissimo esempio di “semivolo al naturale in campo d’argento”. Il f.97r ci fornisce invece una testimonianza di tipo diverso: non tanto una particolarità araldica quanto la distinzione generica fra gli scudi saraceni e quelli bizantini: tondi i primi, ovali-appuntati i secondi. La stessa scena, peraltro – in cui l’emiro Soldano, accampato nella nobile tenda, interroga l’ambasciatore di Basilio I – è l’unica a svolgersi sul suolo italiano e, precisamente, sulla spiaggia di Catona, in Calabria (si veda l’immagine in apertura di questa pagina).

schilizzi alba fragalia araba 13v

schilizzi alba fragalia araba 82r

L’ultimo dei manoscritti che siano al contempo miniati, muniti di raffigurazioni di scudi, e prodotti antecedentemente all’anno 1200, è il Liber ad honorem Augusti sive de rebus Siculis, noto anche come Carmen de motibus Siculis (Codex 120 II della Burgerbibliothek di Berna), panegirico latino scritto a Palermo tra il 1195 e il 1197, da Pietro da Eboli, e dedicato a Enrico VI di Svevia. In questo codice svizzero sono ormai preponderanti gli scudi policromi alla banda, alla sbarra, alla fascia, o alla croce decussata (pur sempre ribadendosi l’uso tradizionale delle grosse bordure) ma si notano pure altre due presenze che sarebbero diventate abituali o quantomeno frequenti nei secoli successivi: uno scaglione (in questo caso d’argento in campo rosso) e un uccello (nel caso specifico: un cigno di rosso in campo d’argento).

liber ad honorem augusti alba fragalia araba 1

liber ad honorem augusti alba fragalia raba 2 Markward_von_Annweiler_2
Ma, in conclusione, siamo ormai davvero lontani da quella prima eccezione costituita dalla sagoma di foglia eptalobata nell’Apocalisse di San Severo e semmai a un passo dal nuovo secolo, che vedrà finalmente diffondersi in modo massiccio l’uso dei blasoni e, di conseguenza, il consolidarsi di alcune tipizzazioni paleo-araldiche. L.I.F.

Bibliografia
BOUTEMY A., Une bible enluminée de Saint-Vaast à Arras (ms. 559), in «Scriptorium», 1950, vol. 4, n. 1, pp. 67-81
BRIDGEFORD A., 1066: the hidden history of the Bayeux tapestry, London-New York, 2004
DALGAIRNS J. D., Histoire de saint Etienne Harding fondateur de l’ordre de Citeaux, Tours, 1853
DE ROSA F., Pietro da Eboli: Liber ad honorem Augusti, Cassino, 2000
GRABAR A., MANOUSSACAS M. I., L’illustration du manuscrit de Skylitzes de la Bibliotheque nationale de Madrid, Venezia, 1979
MANSOURI M. T., The Arabs through Skylitzes’ Miniatures, in «Mediterranean world», 2010, pp. 235 e ss.
METZ P., The Golden Gospels of Echternach, London, 1957
NETZER N., Cultural interplay in the eighth century: the Trier Gospels and the making of a scriptorium at Echternach, Cambridge, 1994
TAYLOR M., The Lewis chessmen, London, 1978
TSAMAKDA V., The illustrated chronicle of Ioannes Skylitzes in Madrid, Leiden, 2002
WILLIAMS J., The illustrated Beatus: a corpus of the illustrations of the Commentary on the Apocalypse, tomo III, The 10th and 11th centuries, London, 1998
WILSON D. M., L’arazzo di Bayeux, Milano, 1985.

Deformazioni teoriche 5. Note sul Rattenkönig tra antropologia e scienza.

1 Roi de rats - Ratking - Rattenkönig - alba fragalia araba Mauritianum Altenburg

Roi de rats del 1818, presso il Museo Mauriziano di Altenburg

     Questa sublime schifezza si chiama Roi de rats, oppure Rattenkönig, Rat king, Rottekonger, Rotikuningad, Ratapon eccetera. Non chiedetemi come ci sia arrivato. Come al solito, mi viene difficile andare mentalmente a ritroso. Intanto: de rats, e non des rats, perché pare che gli iniziati alla rattologia siano “très pointilleux sur l’exactitude de l’expression”. E poi mai Re di ratti né Topo-re (c’è un motivo che poi vedremo). Il fenomeno è interessante e oscilla graziosamente tra scienza e leggenda. Ma c’è dell’una e dell’altra.

Con quei nomi si indica insomma un gruppo di tre o più topi impigliati tra loro per mezzo delle proprie code. Più essi – relegati in spazi ristretti – cercano di disincastrarsi e liberarsi, più tirano e più il nodo si stringe e col passare del tempo si incrosta di feci, sangue e altre sporcizie assortite che vanno solidificandosi. La conseguenza è che la sfortunata comitiva sopravvive ancora per un po’, fin quando le difficoltà di movimento non impediscono completamente di reperire del cibo.

2 Roi de rats - Ratking - Rattenkönig - alba fragalia araba J. Sambucus, Emblemata - Antwerp 1576

Un roi de rats tratto dagli  Emblemata di J. Sambucus (Anversa, 1576)

     Se ne conoscono testimonianze antiche e moderne, e la critica si divide fra detrattori e sostenitori della spontaneità e genuinità del fenomeno. L’avvistamento di un roi de rats era anticamente ritenuto un segnale nefasto, presagio di imminenti piaghe: certo, avere topi davanti casa doveva essere segnale di un’igiene già un po’ scarsina. E, certo, esserne sfiorati o toccarli volontariamente non doveva essere esattamente un toccasana. Si pensava pure che fossero animali sottomessi a un unico topo di rango superiore che sopravvivesse grazie al cibo procurato da questi suoi laboriosi subordinati. O che non si trattasse di rango superiore ma di anzianità e relativa non-autosufficienza cui supplivano, appunto, gli altri ratti (così Konrad Gesner nella sua Historia animalium, 1558). Il termine, peraltro, era noto pure a Martin Lutero, almeno quando paragonò a un roi de rats il papa in persona (non male!).

3 Roi de rats - Ratking - Rattenkönig - alba fragalia araba Eichsfeld Göttingen

Roi de rats del 1963, ora presso il Museo Zoologico dell’Università di Gottinga

     Il primo caso di roi de rats di cui si abbia conoscenza è riportato nel 1564 e pare che il fenomeno sia divenuto più raro da quando, nel Settecento, il ratto grigio (Rattus norvegicus) prese il sopravvento sul ratto nero (Rattus rattus): nella maggior parte dei casi, infatti, si tratta appunto di formazioni di ratti neri. Un solo ritrovamento coinvolge il ratto sawah (Rattus rattus brevicaudatus), ed è peraltro quello del 1918, relativo a tutt’altra zona geografica rispetto a quella consueta (Bogor, isola di Giava, anziché Europa continentale). Un altro singolo caso vede protagonista alcuni esemplari di topolino selvatico (Apodemus sylvaticus) ritrovati nel 1929 ad Holstein, Germania, e un ulteriore caso eccezionale si riferisce ai sei scoiattoli scoperti nel 2013 a Regina (nomen omen), nel Saskatchewan: essendo questi ultimi ancora vivi al momento del ritrovamento, furono separati da uno staff di veterinari.

4 Roi de rats - Ratking - Rattenkönig - alba fragalia araba - Strasburg

Roi de rats di Strasburgo. Carboncino eseguito nel 1683.

Le testimonianze pervenute fino ad oggi sono una cinquantina e le più sicure possono riunirsi in questa parziale ma non scarna lista di ritrovamenti:

1683: 6 individui a Strasburgo

1725: 11 individui a Dorndorf, in Germania

1748: 18 individui, ancora in Germania

1772: 11 individui ad Erfurt, Germania

1822: due esemplari (uno da 14 e uno da 28 individui) a Döllstedt, Germania

1828: 32 individui a Buchheim bei Eisenberg, in Turingia, oggi custoditi presso il Museo Mauriziano di Altenburg

1895: 10 individui a Dellfeld, Germania, oggi custoditi presso il Museo Civico Zoologico di Strasburgo

1899: 8 individui, di cui 6 oggi visibili presso il Museo di Châteaudun

1915: 3 individui a Tartu, Estonia

1918, 23 marzo: i 10 individui, ritrovati a Giava, di cui s’è detto sopra

1929: i topolini selvatici, ritrovati ad Holstein, di cui pure s’è detto sopra, oggi visibili presso l’Istituto di Zoologia dell’Università di Amburgo

1963, febbraio: 7 individui a Rucphen, Olanda, oggi custoditi presso il Museo Zoologico dell’Università di Gottinga

1971: 18 individui a Rõika, Estonia

1986, 10 aprile: 9 individui a Maché, oggi custoditi presso il Museo di Storia Naturale a Nantes

2005, 16 gennaio: 16 individui a Võrumaa, Estonia, oggi custoditi presso il Museo Zoologico dell’Università di Tartu

2013: 6 scoiattoli a Regina, Saskatchewan.

5 Roi de rats - Ratking - Rattenkönig - alba fragalia araba Chateaudun

Roi de rats del 1899, presso il Museo di Châteaudun

     I recenti ritrovamenti estoni prestano il fianco all’ipotesi scientifica più prudente, illustrata da Andrei Miljutin in Rat  kings  in  Estonia, «Proceedings of the Estonian Academy of Sciences, Biology and Ecology», n. 56.1, 2007, pp. 77-81: il nodo, cioè, si creerebbe quando le code si incollano o gelano insieme nelle tane più strette, e in particolar modo quando, durante il sonno, i ratti si stringono tra loro per riscaldarsi. Ad eccezione del caso di Giava, infatti, tutti i casi riportano a territori in cui convivono i medesimi due fattori: presenza del Rattus rattus e inverni particolarmente rigidi. Al risveglio, i ratti cercherebbero di districarsi l’uno dall’altro con movimenti caotici delle code, i quali peggiorano la situazione rendendo l’intreccio più confuso e il nodo più stretto, sebbene la sporcizia o il ghiaccio si siano eventualmente rimossi. Tutto ciò è più improbabile che accada al ratto grigio, Rattus norvegicus, poiché dotato di coda relativamente più corta, sottile e meno flessibile rispetto a quella del ratto nero.

7 Roi de rats - Ratking - Rattenkönig - alba fragalia araba Nantes

Roi de rats del 1986, ora presso il Museo di Storia Naturale a Nantes

     I detrattori hanno mosso l’obiezione della rarità del fenomeno. Argomento debole: a causa della difficoltà di movimento, un roi de rats in vita è una facile preda (anche in termini di cannibalismo). E resta tale anche da morto, ragion per cui sarebbe comunque abbastanza difficile trovarne i resti. Peraltro tutto lascia pensare che la maggior parte dei roi de rats non riesca neppure ad abbandonare i luoghi angusti in cui ha avuto forma. Parte dei detrattori, infine, ha addirittura addotto ad argomento contrario il fatto che l’unico esame ai raggi X compiuto su un roi de rats abbia mostrato calcificazioni sulle fratture nelle code, a dimostrazione che i ratti avrebbero continuato a vivere a lungo dopo l’intreccio: ma nessuno, a ben vedere, ha mai affermato che l’intreccio determini la morte imminente di tutto o parte del gruppo.

7.5 Roi de rats - Ratking - Rattenkönig - alba fragalia araba Saru

Roi de rats del 2005, ora presso il Museo Zoologico dell’Università di Tartu

Dicevo, in apertura, dell’assenza di un’italianizzazione in Re dei ratti o Topo-Re. Assenza ovvia: non c’è traduzione perché non c’è tradizione. Però mi diverto a pensarne forme dialettali. Non so perché, ma ne immagino con piacere una calabro-sicula, che suonerebbe abbastanza bene: Sùrici-Rre

Concludendo: conosco più d’una persona afflitta, tra le altre, da una particolare forma di mania ossessivo compulsiva: districare ripetutamente cavi (di telefoni, di computer ecc.). Ecco: si potrebbe comminare a queste persone una terapia d’urto obbligatoria consistente nel dover districare a mani nude roi de rats appositamente creati. Credo che l’inutile e oscura voglia scomparirebbe presto.

8 Roi de rats - Ratking - Rattenkönig - alba fragalia araba

Bibliografia

  1. Becker, H. Kemper, Der Rattenkönig. Eine monographische Studie, in «Zeitschrift für angewandte Zoologie», Beihefte, n. 2, Berlin, 1964
  2. Hart, Rats, London, New York, 1982
  3. Jeziorskas, Stranger inhabitants in the nest-boxes in Lithuanian forests and their influence on the hollow-dwelling birds, in «Trudy IV Pribal’tijskoj ornitologicheskoj konferentsii», Riga, 1961, pp. 123-128.
  4. V. Kotenkova, N. N. Meshkova, M. I. Shutova, About Rats and Mice, Moscow, 1989
  5. Kunstyr, Beobachtung des sog. Rattenkönigs. Herdenpsychose und aggressives Verhalten als wahrscheinliche Ursache der Schwanzverschlingung, 1977
  6. Miljutin, Rat kings in Estonia, in «Proceedings of the Estonian Academy of Sciences», n. 56.1, 2007, pp. 77–81, (http://www.kirj.ee/…/Ecology/2007/issue_1/bio-2007-1-7.pdf)
  7. Miljutin, Rotikuningad Eestis ja mujal, in «Eesti Loodus», 7, 2005, pp. 46-49
  8. Passig, A. Scholz, Rattenkönig, in «Lexikon des Unwissens», Berlin, 2007
  9. Rottekonger, in «Facts & Faenomener», n. 3, Kopenhagen, 1995.

Araldica 4. Di alcuni stemmi dell’Alto Ionio, tra portali e pietre minori: Canna e il circondario in un’ipotesi migratoria delle maestranze.

stemma pace san costantino albanese alba fragalia araba

     A dispetto di un coordinamento non sempre eccellente, ha finalmente visto la luce il volume miscellaneo La Pietra. Il mestiere e l’arte del decorare. Storia della lavorazione della pietra nella provincia di Cosenza, Cosenza, 2015. Esso contiene, tra i molti contributi, un capitolo interamente dedicato all’araldica di una poco indagata zona geografica del Mezzogiorno, ovvero l’area ionica a cavallo tra Calabria e Basilicata. Questo il link da cui il capitolo è gratuitamente scaricabile:

http://issuu.com/albafragaliaaraba/docs/di_alcuni_stemmi_dell___alto_ionio_

PS A chi fosse particolarmente interessato all’argomento, l’Autore aggiunge pure le due note che seguono:

1) “solo quando il volume era già in stampa si è potuto registrare un ulteriore esempio di modulo cannese. Si tratta del portale del Palazzo Pace in San Costantino Albanese, il cui stemma – a metà tra l’arma parlante e la mera allegoria – basta da solo a ricordare i putti dello stemma di Palazzo Rinaldi in Noepoli (altro modulo cannese) e, d’altra parte, è arricchito – dalla stessa mano che eseguì il vis unita fortior rinaldiano – dal motto κατεφιλησαν δικαιοσυνη και ειρηνη, deformazione della traduzione greca del salmo 84.11 (ελεος και αληθεια συνηντησαν δικαιοσυνη και ειρηνη κατεφιλησαν): “misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno”.

2) Altra nota dell’Autore è recuperabile tra le righe di un capitolo di altro autore che ha contribuito al volume: “Sul fonte battesimale della cattedrale di Cassano allo Ionio campeggiano tre diversi stemmi. Due sono posti nella parte superiore: si tratta della manifesta fascia dei Sanseverino e di una stella che ricondurrei pacificamente all’arma antica dei Del Balzo (e non sono pochi né ignoti i legami familiari tra le due famiglie). Il terzo stemma, più consunto e di dimensioni minori, è posto invece sul piede del fonte: la lettura ne è facilitata dalla presenza, sulla parete di fianco, di un diverso esemplare del medesimo blasone. Si tratta dello stemma cinquecentesco del vescovo Owen Lewis (1532-1594), a voler correttamente restituire la forma originaria di quel nome all’epoca fortemente latinizzato in Audoenus Ludovisi. Ad esser precisi vanno notate anche alcune discordanze storiografiche sull’ordine onomastico del vescovo, cioè sul fatto che si trattasse di Owen Lewis ovvero di Lewis Owen (e perciò Ludovicus Audoenus, pure attestato, come ad esempio nell’unica fonte che ne conferma le caratteristiche araldiche, ovvero F. Ughelli, Italia sacra, Venezia, 1717-1722 ma rist. an. Bologna, 1972-1989, IX, pp. 480 e ss.). Si tratta ad ogni modo del canonista e diplomatico gallese divenuto intimo di Carlo Borromeo e, nel 1588, vescovo di Cassano. Lo stesso creò una sede del seminario cassanese a Mormanno e il Monte di Pietà a Papasidero. Detto ciò, che lo si definisca stemma Owen o stemma Lewis, a memoria riesco a rilevare che proprio a Mormanno, su una parete esterna dell’antico seminario, è visibile un bell’esemplare lapideo che rende con efficacia la sobria eleganza – tutta geometrica – di questo blasone ‘triangolato’ (col capo alle tre stelle in fascia) altrimenti assai raro nell’araldica italiana e che solo dall’Oltremanica poteva giungere alle falde del Pollino”.

coat of arms Lewis Owen alba fragalia araba

Libraria 3. Prostituzione in biblioteca.

     botticelli tre grazie alba fragalia araba     A Firenze si possono ammirare due cose quasi sempre di notevolissima qualità: le opere d’arte e le turiste d’Oltralpe. Che poi, a ben vedere, coincidono abbastanza (e ora spiego, ora spiego) quasi da poter indurre a una folle osservazione: le turiste non esistono o, meglio, ogni mattina si staccano dai quadri e scendono dagli affreschi per popolare la città a vantaggio della propaganda per il turismo locale. Calato il sole, si rimettono al loro posto, finita-pausa, rientro-comparse. Bisognerebbe controllare nei musei a notte fonda.  Chiusa questa premessa visionaria, ci si è appena sobbarcati la responsabilità di spiegare perché le due cose coincidano. E allora: vi pare tutto normale, nelle opere di Botticelli o del Ghirlandaio? Limitiamoci a questi due, perché qui non si tratta di voler commentare tutta la storia dell’arte rinascimentale. E prendiamo qualche esempio. Per il primo: i visi di Flora e delle tre grazie nella Primavera; la Venere;

Botticelli Ghirlandaio alba fragalia araba

l’altra Venere con le altre tre grazie (quelle del Louvre) e le raffigurazioni antropomorfe delle Arti liberali (sempre al Louvre, sotto il titolo Giovane introdotto alle Arti liberali che, con Arti così, più non dovettero leggervi avante). Per il secondo, citiamo soltanto il personaggio in primo piano nel codazzo femminino allo Sposalizio della Vergine.

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Ora, senza offesa per le donne toscane, ma io tutta questa grazia e tutto questo biondume, oggi, in quelle coordinate geografiche, non li trovo. E dubito fortemente che in 500 anni si possano verificare mutamenti somatici tanto generalizzati.

Öèôðîâàÿ ðåïðîäóêöèÿ íàõîäèòñÿ â èíòåðíåò-ìóçåå Gallerix.ru

Quest’arcano fastidioso ha una spiegazione. E la fornisce Jacques Rossiaud quando scrive che nello

“spazio fiorentino della prostituzione pubblica, le prostitute, le loro ruffiane e i loro lenones sono verso il 1470 in massima parte di origine straniera. Esse provengono dalla Fiandra, dalla Valle del Reno e dalla Francia del Nord. Secondo un censimento del 1436, le ragazze provenivano dai Paesi Bassi per il 36,6%, dalla Germania per il 22,5%, dalla Francia per il 9,8%, e dall’Inghilterra per l’1,4%. Dunque le straniere d’Oltralpe fornivano il 70,3% della prostituzione pubblica (…). Le Toscane praticamente non vi compaiono” (La prostituzione nel Medioevo, Roma, 1995, p. 146)

Eureka. Ecco spiegato il tutto: del resto, chi volete che avesse la pazienza di mettersi in posa per due soldi? Dovevo arrivarci, bastava pensare alle interpretazioni del berniniano Martirio di S. Teresa. Tutta questa lungaggine è per dire che da una ‘biblioteca della prostituzione’ riescono a evincersi le cose più singolari. Per esempio non tutti sono al corrente del fatto che il miglior saggio sulla storia della prostituzione nel Regno di Napoli è stato scritto non da uno storico in senso stretto ma da quel bibliotecario che alla storia passò per aver scritto il testo di canzoni napoletane più che celebri, tra cui Era de maggio e Marechiaro: Salvatore di Giacomo.

salvatore di giacomo prostituzione napoli alba fragalia araba

Ed è lui che insegna pure la varia terminologia locale utilizzata tra XV e XVII secolo per indicare le meretrici: ‘ngabbellate (poiché contribuenti della gabella), prùbbeche (in quanto, per definizione, donne pubbliche), spitalere (in quanto – come dire – fari di ricettività e accoglienza), sbrìffie (civette), scalòrcie (cavalle affaticate e stecchite), caiòrde (puzzole), pèrchie (pesci dal ventre gonfio e floscio), scrofe (ça va sans dire) e cèuze (dal quartiere postribolare dei Gelsi, oggi più noti come Quartieri spagnoli). Interessanti pure le vicende biografiche della povera sciagurata Bernardina Pisa (giovane prostituta nel quartiere degli Incarnati e ancor più disgraziata moglie dello sfortunato Tommaso Aniello d’Amalfi, alias Masaniello) e la citazione non certo politically correct dell’umanista quattrocentesco Francesco Del Tuppo: “la femina è uno animale imperfecto, una rosa fetente, uno veleno dolce, instabile più che lo aere vagabundo” (e bravo, Libero Bovio – se mi senti da lassù –, ‘nu veleno ch’è doce non è farina del tuo sacco) . Fatto sta che l’oscura attività è inevitabile.

consulto teologico alba fragalia araba

Tanto inevitabile che addirittura in un Consulto teologico settecentesco si cita con disinvoltura un’accondiscendente massima di S. Tommaso in persona:

“Il Governo Umano deve imitare il Divino. Or siccome Iddio permette alcuni mali nel Mondo, senza la permissione de’ quali ne seguirebbero mali maggiori e non si otterrebbero alcuni beni; così nel Governo Umano torna bene il tollerare alcuni mali minori, perché restino impediti i mali maggiori, o si ottengano alcuni beni. Togliete le Meretrici dal Mondo, sarà tutto una confusione di libidini (aufer meretrices de rebus humanis, turbaveris omnia libidinibus)”

Esperto, il santuomo.

cutrera prostituzione sicilia alba fragalia araba

Esperto più o meno come quel sacerdote di cui il prof. Cutrera narra con sarcasmo, nel 1903, nella sua Storia della prostituzione in Sicilia:

“un manoscritto della Biblioteca Comunale di Palermo, e precisamente del sacerdote Gaetano Alessi, ci fa sapere che una certa Susanna, rinomata meretrice palermitana, donna ricca, rovina della nobiltà e del paese, si serviva di arti magiche per tirare al suo amore chi voleva; e aveva commercio carnale col diavolo. Si vede bene che il buon prete poco conosceva le arti della galanteria e della lussuria umana, perché è chiaro che il diavolo ci avesse poco a che fare nell’arte della poco casta Susanna, la quale riusciva ad attirare a sé forse più le borse che i cuori dei suoi nobili e ricchi adulatori, che sicuramente facevano a gara per conquistarla. Lo stesso manoscritto ci ricorda pure che la Susanna finalmente si pentì della sua licenziosa vita e si convertì a penitenza, mercé l’opera di un gesuita. Il pio scrittore non ricorda però a quale età la nuova Maddalena si convertì, ma è da supporre che il diavolo già avesse terminato di aver trescato con lei”

Sul tema, la finta ingenuità dei prelati e del clero tutto è una costante. Saltiamo infatti a piè pari un pur breve resoconto delle testimonianze contenute nel saggio di Georges Duby, I peccati delle donne nel Medioevo, Bari, 2005; e pure i precetti igienici del dottor Caufeynon (1900).

caufeynon prostituzione alba fragalia araba

E restiamo sul dibattito pseudo ideologico alla base della messa all’indice dell’antico mestiere. Un curioso pamphlet pubblicato all’indomani della nefasta data in cui le case chiuse chiusero – o, meglio, aprirono – i battenti, mette in guardia contro l’ideatrice della legge, quella senatrice Merlin definita “riformatrice deamicisiana”, riferendosi al progetto di una città esperimento in cui

“i giovani, per distrarsi e divertirsi, hanno a disposizione un bellissimo stadio, un ippodromo, un aerodromo, un palazzo dello sport, le macchine e gli attrezzi più moderni per dedicarsi alle attività sportive consigliate come antidoto a certi impulsi dall’on. Merlin la quale – si dice – da giovanetta per «refrigerare» le sue arsure si fosse dedicata sempre al gioco dei cerchietti”

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Astio a parte, cosa la legge Merlin abbia significato per i giovani frequentatori dell’epoca è oggi ricordato nostalgicamente da un anziano bolognese che, a quanto pare, quelle case le conosceva tutte. E pazienza. Da lì in avanti, tutto celato dietro una veletta un tantino ipocrita. Quando, per secoli, lo sconcio ma pietoso epiteto campeggiava in pieno diritto, alla luce del sole, pure sulle tabelle dei pedaggi nelle dogane regie: per ciaschuna pactana seu meretrice, paga tarì 1.

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Deformazioni teoriche 4. Grafologia e Cronovisione: due follie con cattolicissimi natali.

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     Cominciamo dalla cronovisione, che è meno conosciuta. C’è voluta la mente del monaco benedettino Pellegrino Ernetti, nel 1972, per sbandierare con finta modestia l’avvenuta costruzione di un marchingegno – perfettamente funzionante, diceva – atto a vedere il passato. Già un esorcista laureato in fisica e appassionato di elettronica costituisce una figura che dà adito a qualche scetticismo (da che parte vuoi stare? dormi con la coscienza a posto?), se poi aggiungiamo che lo stesso mattacchione lavorava già dagli anni Quaranta intorno alla comunicazione con i defunti, scopriamo che non lo faceva da solo ma al fianco del sacerdote Agostino Gemelli, sì, quello del Policlinico, l’antisemita fondatore della Cattolica. A voler restare con i piedi per terra si potrebbe accogliere con magnanimità il fatto che nel primo progetto fossero coinvolti pure Enrico Fermi e Wernher von Braun, fatto sta che il marchingegno non fu mai mostrato in pubblico. Un po’ come la moltiplicazione dei pani e dei pesci non è più tanto sulla cresta dell’onda da qualche tempo, annetto più annetto meno. E fatto sta che l’unica fotografia pubblicata, quella – ovviamente – del volto del Cristo in croce, altro non è che il particolare di un crocifisso di Todi. Eppure, diceva Ernetti, “il cronovisore permette di vedere il passato perché, adoperando tecniche non meglio specificate ma derivate da applicazioni di metodiche usuali, si connetterebbe con la posizione che aveva la terra nel momento in cui si svolgeva l’evento passato. In ciò consisterebbe la sintonizzazione del cronovisore sulla scia relitta di energia lasciata dall’evento. Una sintonia che lo strumento sarebbe in grado di raggiungere, assicurando la visione (e l’ascolto) di qualsiasi fatto avvenuto in epoche passate”. Ok.

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Pellegrino Ernetti e Agostino Gemelli

Ad amplificare tutta questa mole di sciocchezze arrivò un altro religioso, padre François Brune, enormemente attratto dall’apparente straordinarietà della scoperta di Ernetti. Nel suo libro si leggono le seguenti mirabolanti avventure audiovisive di Ernetti: egli avrebbe assistito a un discorso di Cicerone; a scene del mercato Traiano; a un discorso di Napoleone; a un altro di Mussolini; a una tragedia inedita di Quinto Ennio e, ça va sans dire, a scene di vita di Gesù (padre Ernetti dice che era difficile sintonizzarsi sulle croci: “di crocifissi, in quell’epoca, ce n’erano parecchi. Pensammo che avremmo potuto comunque trovarlo facilmente grazie alla corona di spine (…). E lì, purtroppo, avemmo una sorpresa. La corona di spine non era così eccezionale come credevamo. Abbiamo allora provato a risalire nel tempo, all’Ultima Cena. Ha funzionato!”). Ed Ernetti fa tanto di nomi di testimoni, tutti rigorosamente deceduti: addirittura papa Pacelli e un contemporaneo Presidente della Repubblica (De Nicola? Einaudi? Il DC Gronchi?). Deceduto anche Ernetti, c’è chi resta con l’innocente illusione che davvero il cronovisore sia custodito, smontato, in qualche sotterraneo vaticano. Beata ingenuità.

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François Brune

     Quanto alla grafologia, non facciamo eccezione. Conosciamo tre indirizzi principali: quello tedesco, quello francese e quello italiano, come le barzellette. Ma mentre il primo indirizzo – che qui non prendo in esame – è stato fondato da un filosofo, a noi e ai francesi spettano altri due religiosi dalla fervida fantasia: Jean-Hyppolite Michon e il francescano Girolamo Moretti (Recanati, 1879 – Ancona, 1963). Ecco, padre Moretti (che, pavidamente, pubblicava quasi sempre sotto pseudonimo, almeno all’inizio) è letteralmente venerato dalla grafologia italiana, in maniera inquietante, davvero poco dissimile da certi culti parareligiosi. Fatevi un giro per le varie associazioni grafologiche della Penisola. Anzi, no, non fatelo: è facile, cascarci. Vi dico io cosa succede. E va bene, la grafologia può essere ammiccante, può solleticare qualche zitella depressa, nella continua e immaginaria analisi di sé (oppure gli stessi docenti di grafologia, interessati a distribuire dispense zeppe di fotocopie di lettere e cartoline ricevute, con buona pace della privacy) ma guai ad attribuirle un valore maggiore rispetto all’astrologia o alla cartomanzia (non a caso, il manuale di Michon era preceduto dall’introduzione di un chiromante).

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Girolamo Moretti

Una cosa sono le perizie calligrafiche (meri confronti tra diversi scritti, finalizzati a capire se due diversi documenti sono stati redatti da Tizio e da Caio o tutti e due da Tizio), altra cosa è purtroppo l’analisi grafologica, specialmente quando è messa nelle mani di persone che non hanno più di una vaghissima e imprecisa infarinatura di elementi di psicologia e che pescano, invece, con molta disinvoltura, nelle teorie orientali. Il guaio è che chi vuole diventare perito grafologo deve imbattersi in tutta questa congerie di castronerie. Se sa tapparsi il naso e procedere a lungo in apnea, buon per lui. Potrà così capitarvi di ascoltare lezioni di Storia della Grafologia, in cui i docenti dicono introvabile un testo che precorreva anche le trovate di Moretti, ovvero il seicentesco Idengraphicus Nuntius, del medico napoletano Prospero Aldorisio. Peccato che sia disponibile finanche su google-books (evidentemente nessun grafologo ha una minima dimestichezza con il latino).

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Oppure potrà capitarvi di sentire dire a gran voce che Lombroso è brutto e cattivo (pur essendo stato anch’egli autore di un manuale di grafologia) e che, per analogia, nemmeno dall’analisi della grafia potrebbe mai risalirsi alle fattezze di un individuo, salvo poi leggere frasi come “nella lettera è anche segnato il soma della persona: la forma della lettera o è strettamente correlato alla forma del viso, dell’occhio e del bacino”. Ma niente paura: nessun comune mortale ha queste doti interpretative, la leggenda delle sette grafologiche registra soltanto una persona capace di ciò: ovviamente padre Girolamo Moretti (anche se, sul finire del Settecento, lo svizzero Lavater pubblicava testi sulle connessioni tra psiche, grafia e modo di camminare!).

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Il passo iniziale è poi la famigerata croce dei vettori di Max Pulver, una delle più grandi baggianate possibili (peraltro molto bacchettona), in base alla quale viene attribuito un significato psicologico alla maggior tendenza ed energia nello scrivere verso destra, sinistra, verso l’alto o verso il basso. Mmmh… ne verrebbero fuori gran bei problemi se si applicassero le stesse teorie alle scrittura araba o alla cinese o alle scritture bustrofediche. Ma nessuno sembra averci mai pensato: la ‘normalità’ da prendere in esame, per le scuole di grafologia, è evidentemente soltanto quella occidentale. Tutti gli altri, forse, sono subumani che non fanno testo in quanto a psiche. Dunque il dato emergente è innanzitutto una sconfinata ignoranza di fondo. Esempio: non dico che qualche elemento di paleografia sia indispensabile a un perito grafologo che frequenta i tribunali durante cause civili in cui si deve decidere intorno a firme false o autentiche ma, diamine, se insegni grafologia, se ci campi, qualcosa sulla storia della scrittura dovrai pur conoscere. E invece no. Troverete dispense in cui come esempio per la “scrittura studiata” (anzi, la setta ama dire “segno studiata”, non “segno studiato”, “studiata”, vabbé) vi spiattelleranno una riproduzione di una lettera di Savonarola. Ignorando totalmente il fatto che, a quell’epoca, se scrivevi, scrivevi solo in un modo (e infatti Savonarola scriveva in una perfetta umanistica standard, una scrittura-modello, insomma, senza nulla di personale: avrebbe scritto in quel modo anche il suo più fiero oppositore).

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Cesare Lombroso

Oppure troverete riproduzioni di scritture palesemente risalenti a fine Seicento, disinvoltamente attribuite a S. Francesco d’Assisi, già morto da secoli (con tutta un’esilarante serie di forzate coincidenze tra aspetto della grafia e psiche del ‘poverello’), e invece da attribuire a S. Francesco Antonio Fasani. O, ancora, riproduzioni di lettere autografe del nazista Julius Streicher tacciate, per la loro (apparente) incomprensibilità, quali segnali di complesso anale e sadismo. Ma deficienti che non siete altro, è solo una perfetta Kurrentschrift, peraltro chiarissima (come quella, per intenderci, che fa da sfondo a questo blog). Come volevate che scrivesse un burocrate tedesco a cavallo tra Otto e Novecento?

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Max Pulver

Ma anche andando più nello specifico e abbandonando la storia della scrittura, la cosa non cambia. Scoprirete l’importanza data a quanto si calca sul foglio mentre si scrive, certo, ma l’assoluta indifferenza rispetto alla durezza o morbidezza del piano su cui il foglio è poggiato, ad esempio. Scoprirete che se avete una protuberanza occipitale esterna pronunciata, allora siete stati bambini prepotenti e testardi. Amen. E che se scrivete velocemente, lasciando pure ampi spazi tra una parola e l’altra, allora questi lunghi spazi non confermano la velocità, no: implicherebbero un rallentamento finalizzato alla riflessione. Un mare di cavolate, insomma. Fortunatamente anche il Dizionario di Medicina Treccani del 2010 sottolinea: “studi sperimentali controllati hanno dimostrato che la grafologia non è in grado di determinare in maniera affidabile le caratteristiche psicologiche del soggetto, rispetto a metodi più standardizzati come i test psicologici. Perciò la grafologia non viene annoverata tra le tecniche psicodiagnostiche riconosciute come valide e attendibili, e ne viene sconsigliato l’utilizzo sia nell’ambito clinico che in quello forense e nella selezione del personale”. Ridateci insomma i fraticelli che si occupavano dell’elemosina, dell’orto e delle preghierine.

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Qualche fonte:
François Brune, Cronovisore. Il nuovo mistero del Vaticano: la macchina del tempo, Roma, 2002
http://it.wikipedia.org/wiki/Cronovisore#Narrativa_fantascientifica
http://it.wikipedia.org/wiki/Pellegrino_Ernetti
http://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Gemelli
http://it.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7ois_Brune
http://ceifan.org/cronovisore.htm
http://www.treccani.it/enciclopedia/girolamo-moretti_%28Dizionario-Biografico%29/
http://www.treccani.it/enciclopedia/grafologia_%28Dizionario-di-Medicina%29/
http://it.wikipedia.org/wiki/Grafologia#Controversia_sull.27attendibilit.C3.A0

Musiche 8. Genealogie musicali 2. Una Lolita a lieto fine per il genio di John Phillips.

Ancora I. Raulsson e i suoi scritti musicali, dopo quelli sulla Sindrome da Fruizione Sonora Compulsiva.

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John e Michelle Phillips

Se non sapessimo che Nabokov ha rubacchiato il soggetto di Lolita dall’omonimo racconto di Heinz von Lichberg (pubblicato quarant’anni prima del suo) potremmo quasi ipotizzare che l’ispirazione gli sia venuta proprio osservando – più o meno di nascosto – la vita di un’altra disinvolta ragazzina degli anni Cinquanta. Ma Lolita, nel romanzo, ha dodici anni. La persona di cui parleremo, invece, ne ha undici al momento della pubblicazione dello stesso. Un piccolissimo scarto che non farebbe comunque tornare i conti. Sto scherzando, è chiaro. Ovviamente, nella realtà le due cose sono del tutto scollegate. Ma, altrettanto ovviamente, è difficile evitare quest’associazione di idee.

Insomma, cosa c’entra Nabokov con la musica leggera? Ci arrivo. Siete invitati ad accomodarvi fuori se dei Mamas & Papas conoscete soltanto California Dreamin’ (ovvero il più famoso dei loro brani, noto anche in Italia grazie alla terrificante versione nota come Sognando la California). Tengo parecchio a parlare di questo gruppo, come ho tenuto a parlare de Le Loup Garou, per un motivo analogo: benché i Mamas & Papas abbiano comunque raggiunto, ai loro tempi, un successo straordinario e condotto una vita da nababbi come si conveniva al jet-set losangelino degli anni Sessanta, li ritengo altrettanto sottovalutati. A dispetto del profilo sostanzialmente giocoso, leggero, addirittura vacuo, del tutto disimpegnato e raffigurato in un technicolor tra il cannabinoide e il lisergico, il quartetto aveva a disposizione una delle menti più elevate della musica leggera: John Phillips. Superiore, a mio dire, a Brian Wilson. E, di conseguenza, anche a Lennon o a McCartney presi singolarmente. Sottolineo: presi singolarmente.

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Purtroppo la futilità iconografica del gruppo, e un nome infelicissimo (specie per un pubblico italiano già complessato dai suoi mammismi internazionalmente riconosciuti) preferito a quel “Magic Circle” che il fondatore avrebbe scelto, non rese giustizia al genio di Phillips. Il quale scrisse dei capolavori veri e propri, curando arrangiamenti complessi, forse anche troppo complessi per i canoni del loro ambito musicale. Ma dobbiamo parlare di genealogia musicale, quindi facciamo parecchi passi indietro:

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The Mamas and the Papas

John Phillips, pilastro dei M&P, ha un pedigree ben più rispettabile, messo a confronto con l’ambiente in cui finì per sguazzare fino alla fine dei suoi giorni, se non come un pesce fuor d’acqua almeno come un pesce d’acqua dolce in mezzo al mare. Tanto per cominciare era già un po’ attempatello rispetto ai colleghi: Dylan, Crosby, Hendrix, Morrison, i Beatles, i Rolling Stones, ad esempio, nascono tutti negli anni ’40. Lui viene dal 1935 e come tale si comporta fino a un certo punto della sua vita, in cui chissà cosa gli prese. O, meglio, forse lo sappiamo.

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 A destra: in alto, John Phillips; in basso Scott McKenzie

Figlio di un Ufficiale di Marina dal quale fu indirizzato alle scuole militari, John lasciò presto sia l’Accademia Navale che l’Accademia d’Arte, per dedicarsi bene a un’ingenua passione, nonostante la leggera erre moscia (strana, peraltro, da ascoltare su un anglosassone, laddove rock’n roll diventa vachenvoll): il doo-wop. A imitazione dei gruppi di colore che tentavano con difficoltà di prendere piede nella musica leggera americana degli anni ’50 (vedi https://albafragaliaaraba.wordpress.com/2014/05/30/musiche-5-la-sindrome-da-fruizione-sonora-compulsiva-4-di-i-raulsson/), e a imitazione dei più musicalmente sofisticati Hi-Lo’s, John fonda inizialmente gli Smoothies (già Abstracts), quartetto di poco peso, in cui però figura già il personaggio che resterà suo storico amico: Scott McKenzie, per il quale una decina d’anni dopo scriverà l’arcinota San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair), benché tutti credano sia stata scritta proprio da McKenzie. Tanta è l’amicizia tra i due, che John battezzerà sua figlia proprio McKenzie. Come se io chiamassi mia figlia Rossi, di nome, perché il mio amico è Mario Rossi. Vabbé. Stravaganze da futuri hippy. E insomma John si sposa a 24 anni, fa due figli, eccetera eccetera, fin qui tutto nella norma della provincia americana dell’epoca. Fin quando, a 26 anni, non conosce una fotomodella diciassettenne fuori dal comune (non soltanto per la bellezza inimmaginabile) e non decide di mandare tutto all’aria. Non correte, con i giudizi: la ragazzina in questione è probabilmente molto più navigata di lui. Si chiama Holly Michelle Gilliam e ha sempre saputo come ottenere le cose.

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Il padre di lei è un disinvolto intellettuale esponente della Marina Mercantile, sua madre una libraia bohèmienne. Di quest’ultima, Michelle (Mitchie, per gli intimi) resta orfana a cinque anni. La famiglia si trasferisce così da Città del Messico a Los Angeles, laddove Mr. Gilliam sposerà altre cinque donne esercitando il ruolo di padre con scrupolo tutto suo, come quando offre un diaframma alla tredicenne Michelle, e forse – dico forse – meno interessandosi alle amicizie della piccola e delle sue confidenze con la droga già a partire dal compimento degli undici anni. Ma non è lui il nostro Humbert Humbert.

mamas papas alba fragalia araba 6Michelle a 13 anni

Perché, un anno dopo, Michelle stringe una fortissima amicizia con un’agiatissima ventitreenne già sposatasi due volte e dalla situazione familiare a dir poco singolare: Tamar Hodel, una dei sei figli che il dottor George Hodel ha da tre compagne diverse, e soprattutto colei la quale cerca di preparare per Michelle una gioventù migliore della propria (!). Ma chi è il dottor Hodel? Il più decadente ginecologo di Los Angeles, infinitamente noto alle cronache mondane. Nemmeno lui è il nostro Humbert Humbert, piuttosto è il Clare Quilty della situazione.

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George Hodel

Nato nel 1907 da genitori russi, lo ‘zar dei disagi venerei’ era cresciuto come un bambino prodigio, giovanissimo pianista che ottenne pure l’ammirazione di Rachmaninov. Dal figlio di Frank Lloyd Wright fece progettarsi a Los Angeles una villa in stile Maya, laddove avevano luoghi festini particolari (‘cene galanti’, direbbe qualcuno) in presenza di amici intimi quali Orson Welles, John Huston e Man Ray, per il quale Tamar bambina era tenuta controvoglia a posare nuda, e col quale Mr. Hodel condivideva la passione per De Sade e Jack lo Squartatore. Un ambiente sano, insomma. Ma non è tutto.

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Casa Hodel

Se Tamar riesce a sfuggire, giovanissima, alle grinfie di John Huston, non riesce a evitare l’incesto paterno subìto dagli undici anni in poi (somministrato sotto l’ufficiale e classica forma di un’unione trascendentale) né il fatto che il papà la offra volentieri ai suoi amici più influenti e la metta poi incinta a quattordici anni. Per fortuna, la nuova moglie di suo padre (già moglie dello stesso Huston) riesce a farla abortire contravvenendo al volere del padre/nonno, fermo nel desiderio di voler tenere il bambino. Il dottor Hodel è tornato alla ribalta (dopo essere morto, a Manila, nel 1999) poiché parecchi indizi concordano nell’identificarlo come l’esecutore del noto omicidio della Black Dahlia, ovvero la macelleria applicata nel 1947 sulla povera attrice pornografica Elizabeth Short.

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Il cadavere della Black Dahlia (ci sono anche foto più schifose, se siete curiosi cercatevele da soli)

Ma torniamo alla musica (più o meno). Ora, com’è che Michelle e la figlia di Hodel si siano conosciute resta un mistero. A voler essere maligni, ma molto maligni, si potrebbe addirittura pensare che Tamar andasse in cerca di giovani conoscenze per conto di suo padre. Mera ipotesi. Che poi Michelle abbia combinato qualcosa di strano nel turpe maniero del dottor Hodel è un’altra fantasia. Magari molto realistica, ma resta fantasia. Fatto sta che le due diventano stranamente inseparabili amiche. E fatto sta pure che Michelle ottiene dal proprio genitore massima libertà nel frequentare questa ragazza molto più grande e molto poco stinco di santo. Sarà anche perché il signor Gilliam, con l’amica di sua figlia, ci andava pure a letto? No, perché questo invece si sa, ci andava eccome, almeno fin quando egli non si sposa per la sesta volta, e stavolta con una sedicenne. Tamar ha poi una relazione con Scott McKenzie e il dado è così tratto: è così, intendo, che la turbolenta Tamar presenta Michelle a John Phillips. I due si sposano poco dopo, nel ’62. È lui, il nostro Humbert (benché non sappiamo quanto non sapesse riguardo all’adolescenza di Michelle. Qualcosa, l’amico Scott avrà pur dovuto sapere). All’epoca, John Phillips era già alle prese con il secondo gruppo cui diede vita: The Journeymen. Un meraviglioso e misconosciuto trio folk, messo su con Scott McKenzie e, al banjo, Dick Weissman. Sulla falsariga del Kingston Trio, ma molto più sofisticati nelle armonie vocali, pubblicarono ben tre album tra il 1961 e il 1963. Furono i colpi di coda imposti alla prima corrente del folk americano, prima di quel revival folk-rock che si attesterà almeno dieci anni più tardi, con minor qualità ma maggior successo commerciale. Fatevi un favore, guardate almeno il video di Chase the rising sun (Phillips-Weissman, http://www.youtube.com/watch?v=uxvoGhRK7oc)   e ascoltate e questi due brani: Waggoner’s Lad (a firma di tutti e tre, http://www.youtube.com/watch?v=NLXyncCpPxk) e Oh, Miss Mary (di Phillips, http://www.youtube.com/watch?v=5PTx2-ppGSA).

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The Journeymen

Dopo questi tre dischi, il trio si scioglie ma John Phillips ne fonda uno nuovo, modificando appena il nome: The New Journeymen. Al banjo arriva Marshall Brickman: sì, proprio quello che compose Duelin’ Banjos, ovvero la colonna sonora di Deliverance, ossia Un tranquillo weekend di paura (eseguita da Eric Weissberg, e siamo già a tre banjoisti ebrei: Weissberg, Weissman, Brickman, stranezze imponderabili) e che scriverà assieme a Woody Allen le sceneggiature di Manhattan, Io ed Annie, Misterioso omicidio a Manhattan e Il dormiglione). E il terzo componente chi è? Lei, Michelle, finalmente in prima linea sulla scena assieme al marito, cosicché il trio supera subito, in bellezza, anche la lineup degli analoghi Peter, Paul and Mary. Pochissimi i brani reperibili, per questa seconda formazione. Qualche raro footage all’interno di documentari, e pochissime audioregistrazioni ci restituiscono una realtà leggermente in declino rispetto ai Journeymen. Il problema è un po’ proprio lei: con la voce non ce la fa. Si sente poco ed è piuttosto stonata. Una voce non educata musicalmente, insomma. Tenetevi stretto questo link (benché sia accreditato come brano dei Mamas & Papas) perché è prezioso: Bound For Higher Ground (1965), http://www.youtube.com/watch?v=uxvoGhRK7oc. Quanto all’estetica, non è ancora quella che ce la farà amare di qui a poco, ma è ancora quella della brava mogliettina americana ordinata e inquadrata. Intanto possiamo immaginarci Hodel nelle vesti del Quilty di Nabokov (o, meglio, in quelle del Sellers di Kubrick) mentre insegue la fresca coppietta, dalla West alla East Coast, camuffandosi e cambiando auto ad ogni avvisaglia di pericolo.

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The New Journeymen: Marshall Brickman, Michelle e John Phillips

In un secondo momento, Brickman viene rimpiazzato – e con lui, purtroppo, anche il banjo – da un personaggio che resterà negli anni fedele all’amico John. Ma soprattutto alla moglie dell’amico John. Con conseguenze abbastanza strane, poi vedremo. Si chiama Denny Doherty e sa cantare molto molto bene. Diciamo che John è la mente, lui il braccio e Michelle fate voi. Subito dopo si aggiunge anche un quarto elemento, un’altra donna (evidentemente l’impatto vocale di Michelle era ancora meno interessante di quanto sembrasse) dalla personalità e dal fisico dirompenti. In più, ha una saltuaria e leggera storia d’amore con Denny. Lei si chiama Ellen Naomi Cohen, in arte Cass Elliot. È questa, in poche parole, la formazione che darà vita ai Mamas & Papas. Ma va fatto un altro passo indietro. Da dove vengono Denny e Cass? Arrivano assieme da un gruppo appena scioltosi, i Mugwumps (dei quali segnalo soltanto un brano del ’64, I’ll remember tonight: http://www.youtube.com/watch?v=-ayaj-gcT-k). E prima di far parte dei Mugwumps? Cass Elliot militava nei Big Three, un buon trio che durò soltanto un anno, con due album a cavallo tra ’63 e ’64. Una perla, Nora’s Dove, sta qui: http://www.youtube.com/watch?v=unKS_qFLvLs.

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The Big Three

Denny, invece, dava il meglio nei canadesi Halifax Three (già Colonials), altro trio folk con due album all’attivo nel 1963. Strumentalmente tiepidi, vocalmente superiori a tutti i gruppi già citati finora. Vi bastino tre esempi: Rocks and Gravels (avanti anni luce: http://www.youtube.com/watch?v=xtwAM2hkrXs), Oh, Mary, don’t you weep (incredibile, su YouTube da soli dieci giorni, c’è qualcuno come me che pensa a queste cose: http://www.youtube.com/watch?v=SoDdPzqTTN8&list=PLlFY4VJhn0NRgOjm-upxib6lANh_xosq9&index=12) e infine I’m Gonna Tell God (http://www.youtube.com/watch?v=07IQRDJY3RI).

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A questo punto i Mamas & Papas esistono ma non hanno ancora un contratto. Piccola chicca per i collezionisti musicali: il primo disco in cui vengono accreditati con il loro nome collettivo non è, in realtà, il ‘loro’ primo disco, ma il disco di un altro cantautore, ovvero This Precious Time di Barry McGuire (1965). Il vinile originale è praticamente introvabile e non contiene soltanto una prima versione di California Dreamin’ cantata da McGuire con il sottofondo dei cori dei nostri quattro. No. I Mamas & Papas cantano anche in altri brani dello stesso disco, benché siano in pochi a saperlo. Personalmente ho ricostruito il disco cercandone i singoli brani in 45giri sulle bancarelle di Londra, qualche anno fa, con ottimi risultati: i Mamas & Papas cantano anche sul sottofondo di Child Of Our Times (https://www.youtube.com/watch?v=VlM4CIQKdaM), di Upon A Painted Ocean (omaggio a Coleridge?), di Hide Your Love Away, Hang on Sloopy (https://www.youtube.com/watch?v=DCczrxYmOpA), Yesterday, Do You Believe in Magic, Let Me Be e della stessa This Precious Time (https://www.youtube.com/watch?v=v0VnCNBHIJk). Praticamente in tutto il disco, sì. E, secondo me, anche in un altro singolo dello stesso anno (nessuno me lo toglie dalla testa), ovvero la meravigliosa Eve Of Destruction, non compresa in quel disco: https://www.youtube.com/watch?v=qfZVu0alU0I. Il disco di McGuire, insomma, servì all’etichetta discografica per mettere alla prova i M&P. Prova superata. Da lì, spiccarono il volo.

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Non tutta la discografia dei M&P è fatta di perle indimenticabili. E non starò a stilarne un elenco noioso. Ne indicherò poche, qualcuna abbastanza conosciuta, altre largamente ignorate. Quattro furono i dischi pubblicati nei quattro anni tra il ’65 e il ’68. Un altro disco si aggiunse nel ‘71, per adempiere alle obbligazioni contrattuali, dopo che era di fatto già avvenuto lo scioglimento del gruppo. È solitamente riconosciuto come il loro peggior disco. Secondo me è esattamente il contrario o quasi, a dispetto della regola empirica in base alla quale i primi dischi di chiunque sarebbero sempre i migliori di una carriera. Tanto più che del primo disco, di buon successo discografico, non vi indicherò neanche un solo brano. Il secondo comincia a farsi già più interessante ma… è tutt’oro quel che luccica? No. Fermiamoci subito: il nostro John Phillips/Humbert Humbert deve già cominciare a fare i conti con Michelle. La quale in un momento di debolezza si concede proprio al comune amico Denny Doherty, ormai voce principale del quartetto. Come fu, come non fu, venne temporaneamente espulsa lei, anziché lui. Con tanto di cause legali e una maledizione che ella scagliò a tutti e tre: “vi seppellirò tutti!”. Col senno di poi va detto che quando Michelle dice una cosa, poi la fa.

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Ma tutto s’aggiusta, specie perché John è a pezzi ed è prontissimo a perdonarla. Come del resto Cass Elliot perdona Denny. Lasciamo perdere questo sbaglio di porte. Dunque eravamo al secondo disco. Sarà la sofferenza dell’autore ma, guardacaso, questo disco comincia già a contenere almeno tre minuscoli capolavori: No Salt On Her Tail (https://www.youtube.com/watch?v=EYnRbL82pqY), in cui finalmente John sembra aver ritrovato il coraggio di osare con i contrappunti con i quali si dilettava ai tempi dei Journeymen; My Heart Stood Still (https://www.youtube.com/watch?v=wxaqLiJ5VZc) e Once Was A Time I Thought (https://www.youtube.com/watch?v=1d_g-nIgUQI). E su questi due brani bisogna dire qualcosa. Il primo è la cover di un vecchio standard jazz. Se provate ad ascoltarne una qualsiasi altra versione vi renderete conto di cosa John era capace di aggiungere con le sue capacità di arrangiatore. Un minuto e quaranta secondi di meraviglia. John non era solo un grande creatore di armonie: quando si metteva a lavorare su una cover ne usciva fuori sempre un capolavoro, una vera reinterpretazione profonda, studiata, non solamente cantata da voci diverse e suonata con strumenti diversi come in tanti si sono limitati a fare. Quanto al secondo brano, è un breve scioglilingua scritto proprio da lui, ed è l’unico caso – secondo me – in cui altri sono stati capaci di far meglio: ci provarono e ci riuscirono, nel ’68, i Mutantes (trio brasiliano molto particolare, non sempre azzeccatissimo ma con una buona produzione di folk-rock scanzonato, floreale e leggermente psichedelico, il quale avrà poi anche un’ottima parentesi prog), modificando appena le armonie, intitolando il brano Tempo No Tempo e adattando il testo al portoghese, ancora più efficace nell’effetto dello scioglilingua: https://www.youtube.com/watch?v=uGEgkbgr20k.

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Os Mutantes

Poteva filare tutto liscio? No. La registrazione del secondo disco fu temporaneamente interrotta perché Michelle ebbe una scappatella con un altro artista: Gene Clark dei Byrds. Almeno, questa volta, se l’era cercato in un’altra band (anche perché gli uomini, nella sua, erano finiti). Passiamo al terzo album. A parte la cover di My Girl, segnalo solo due pezzi degni di nota: la cover di Dedicated To The One I Love (che sadicamente John assegnò alla voce solista di Michelle. Guardatevela: https://www.youtube.com/watch?v=4M7gKZqgHn4) e Look Through My Window, pienamente a firma di John: https://www.youtube.com/watch?v=yrSIfO5AQHc. Vi sembra il caso di passare al quarto album? Non si può. Prima c’è un altro paio di corna. Stavolta, a beneficiare delle grazie di Michelle, in terra d’Albione, è Roman Polanski, fresco di matrimonio con Sharon Tate. Tant’è vero che, quando la povera Tate verrà assassinata, Polanski pensò pure a una vendetta da parte di John. Povero John, non era possibile, avrebbe dovuto fare un eccidio lungo decenni. E, del resto, poi si seppe che la vittima di quel massacro non doveva essere la moglie di Polanski, che viveva con lui in affitto nella famigerata villa del massacro ad opera di Charles Manson, ma la moglie del proprietario ovvero l’altra divina Candice Bergen. Ma andiamo avanti, ci sono ancora due dischi e Michelle è già pronta in sala-registrazione.

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Ditemi quello che volete ma il quarto e (pen)ultimo album dei M&P è un capolavoro assoluto. Guai a chi minimizza l’utilità della sofferenza degli artisti. Il titolo dell’album è più insignificante dei precedenti (bisogna dirlo, in fatto di nomi e titoli i M&P non ci hanno mai capito granché): The Papas & The Mamas. Grande fantasia. Ma il contenuto è superbo. Di dodici brani, almeno sei sono capolavori assoluti. E non menziono neppure l’arcinota cover di Dream A Little Dream Of Me. No, cito i seguenti pezzi: Twelve Thirty (Young Girls Are Coming to the Canyon) (https://www.youtube.com/watch?v=kcP4k6Uzbzg), For The Love Of Ivy (https://www.youtube.com/watch?v=sVIpu5lQey0), Gemini Childe (di cui va sottolineato il finale https://www.youtube.com/watch?v=cgqtcFRkOQY), Too Late (https://www.youtube.com/watch?v=QOIYaDDUwwg) e, dulcis in fundo, le due ciliegine sulla torta (da ascoltare in assoluto silenzio, per gustare i cori come si deve), ovvero Safe In My Garden (https://www.youtube.com/watch?v=CXw76KW_KCg) e la somma, insuperabile Mansions (https://www.youtube.com/watch?v=BXJeancuzp8). Poi venitemi a dire un’altra volta che John Phillips non era un genio. Provateci.

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Nel ’68 Michelle dà alla luce Chynna Phillips ma ciò non basta a garantire l’idillio tra i due: mentre Cass Elliot abbandona il gruppo per dedicarsi alla carriera da solista, le cose tra John e Michelle vanno a rotoli e nel ’70 arriva il divorzio. Anche perché Michelle ha fretta di sposarne già un altro: Dennis Hopper. E ha fretta perché divorzierà anche da lui, dopo appena una settimana.

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Michelle con Dennis Hopper

Insomma, è lei che decide. Anche perché nello stesso anno decide di passare in altre braccia, dove resterà per due anni: quelle, ancora più celebri, di Jack Nicholson. Ed è con questo palmares all’attivo che si ripresenta in studio di registrazione davanti a un John distrutto dall’alcool e dalla droga, qualsiasi tipo di droga, quando nel ’71 i M&P sono costretti a rivedersi per onorare il vecchio contratto discografico e dare alla luce il loro vero ultimo album: People Like Us.

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Michelle con Jack Nicholson

Come dicevo, non lo ritengo il loro peggior album ma, anzi, il secondo in ordine di qualità. C’è qualche amenità di troppo (ad esempio due pessimi brani cantati in modo discutibile dalla stessa Michelle) ma gli arrangiamenti sono meglio curati e la qualità del suono è tutt’altra cosa rispetto alla semplicità dei primi quattro. Ve ne indico soltanto un paio: People Like Us, https://www.youtube.com/watch?v=VEheEwBolDs; e Shooting Star, https://www.youtube.com/watch?v=BXJeancuzp8. Che debba trattarsi dell’ultimo disco è comune volontà dei quattro. Ma, volenti o nolenti, lo sarà ugualmente poiché, tre anni più tardi, proprio Cass Elliot muore prematuramente.

Innocent Mama Leaves Court

La storia dei M&P potrebbe quindi finire qui. E almeno qui finisce quella principale, non volendo immergerci nelle discografie da solista dei restanti tre componenti: nulla di particolarmente rilevante, per nessuno dei tre, neppure per il grande John. Al quale però, prima di concludere, va dato atto anche di un altro merito: probabilmente senza di lui il concerto di Woodstock (tanto emulativo delle mode della West Coast da essere organizzato, inopportunamente, nelle fredde e piovose campagne non lontane da New York) non sarebbe esistito; e neppure quello dell’Isola di Wight, dell’anno dopo (nell’ancor più fredda isoletta britannica). Perché? Perché entrambi i raduni copiavano un’idea già messa in atto due anni prima di Woodstock, ovvero il Monterey Pop Festival: messo su in piena West Coast, com’era giusto che fosse, e giusto nel ’67, in piena Summer of Love. E completamente ideato da John Phillips. Altro merito poco conosciuto, dunque.

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Lasciamo perdere quindi le successive carriere discografiche dei singoli. Ma non possiamo tacere di quanta strada Michelle fece nel cinema. Grazie a Hopper? Grazie a Nicholson? Sempre a malignare! Fatto sta che recitò in parecchi film (tra cui uno scollacciato Valentino, al fianco di Nureyev) e non disdegnò neppure le serie televisive (arrivando, negli anni ’90, a recitare il ruolo della madre di Valerie in Beverly Hills 90210). Nel frattempo, ovviamente, s’è sposata altre tre volte (con Robert Burch, Grainger Hines e Steven Zax) ma prima di loro ebbe un’altra relazione celebre con Warren Beatty, giusto per mettere i puntini sulle i.

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Warren Beatty, Michelle e sua figlia Chynna

E la piccola Chynna? Ha tentato la fortuna con un vomitevole trio pop composto da lei e dalle figlie dell’altro genio Brian Wilson: le Wilson-Phillips, appunto. Ma evidentemente se i figli d’arte sono naturalmente un flop, le figlie sono pure peggio. Ah, ovviamente è superfluo precisare che anche John, nel frattempo, si era risposato. E che sia lui che Michelle hanno avuto altri figli: chi più, chi meno, tutti passati per centri di riabilitazione e conducenti tenori di vita improbabili tanto a trenta quanto, a maggior ragione, a tredici anni: pare che, in casa di papà John, su tavolini e mobili vari i soprammobili preferiti fossero vasi contenenti, con nonchalance, secchiate di cocaina (come i cioccolatini a casa di vostra zia). Ma non dirò della fama di tutta questa prole infinita e, del resto, c’è poco da condannarla. Bisogna avere poca scelta, quando si nasce e si cresce nel lusso più sfrenato dietro i cancelli controllati di qualche megavilla da sultano, nascosta su per gli erti vicoli alberati di Beverly Hills o del Laurel Canyon. E ancora meno se ne deve avere se, ai tuoi primi compleanni, i primi a citofonare non sono i tuoi nonni ma Mick Jagger o McCartney, o se i tuoi genitori frequentano tutto un giro di talentuosi impuniti, tutti enormemente celebri e sfondati di miliardi, tutti più o meno gravemente tossicodipendenti, talvolta indicati anche come collegamento tra l’Intelligence federale e il narcotraffico (non senza un passaggio attraverso l’occultismo). È Los Angeles, bellezza. È essere divi a Los Angeles.

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Il punto definitivo di questa storia sarebbe il caso di metterlo però nel 2001, quando muore anche John, devastato dall’alcool e dagli eccessi di ogni sorta. Il povero Humbert non ha retto alle evoluzioni sociali di Michelle e ai suoi multiformi coinvolgimenti. John sarà poi coinvolto in uno scandalo postumo, morboso quanto quelli dell’inizio di questo post. Ma di cui, a questo punto, è preferibile tacere (anche perché messo in discussione da molti).

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L’altro componente del gruppo, il ‘fidato’ Denny, muore nel gennaio 2007. Cosa aveva detto, Michelle? Che li avrebbe seppelliti tutti? Ehm… E, a questo punto, perché dicevo che lei sarebbe una Lolita a lieto fine? Perché a differenza di Dolores Haze non la ritroveremo mai a trascinare le pantofole, indossando occhiali tenuti insieme col nastro adesivo, in una stamberga di campagna, con un marito affettuoso quanto spiantato. No, Michelle, è quella che meglio di chiunque ha saputo farsi da self-manager. E oggi è una ricchissima democratica californiana, con due punti fissi: la filantropia e l’antiproibizionismo. Non c’è che dire, una vita invidiabile, per quello che ne sappiamo. Ma ripensando a Hodel (che a differenza di Clare Quilty ha vissuto da impunito, e molto a lungo) e ripensando alla povera Tamar e allo strano Mr. Gilliam, sinceramente non riesce a non venirmi in mente quella frase di Nabokov, quella sull’assenza della voce di Lolita nel mezzo di un coro di bambini ascoltato per caso, al termine della storia.

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Per quanto riguarda i pettegolezzi su fatti controversi, le notizie sono tratte dai seguenti siti:

http://www.reclusiveleftist.com/2009/09/25/i-was-alive-in-the-60s-and-remember-the-mamas-and-the-papas-so-i-guess-its-time-for-me-to-weigh-in-on-the-mackenzie-phillips-thing/

http://en.wikipedia.org/wiki/George_Hill_Hodel

http://www.vanityfair.com/online/daily/2009/09/michelle-phillips-and-friends-speak-out-about-mackenzies-incest-allegations

http://kikoshouse.blogspot.it/2008/01/twisted-tale-of-black-dahlia-avenger-la.html

http://www.theuncool.com/journalism/rs259-michelle-phillips/

http://www.telegraph.co.uk/culture/music/6228133/John-Phillips-a-lifetime-of-debauched-and-reckless-behaviour.html

http://informationfarm.blogspot.it/2010/04/rue-story-of-laurel-canyon-and-birth-of.html

http://informationfarm.blogspot.it/2010/04/inside-lc-strange-but-mostly-true-story_15.html

Deformazioni linguistiche 2. Galateo breve contro le mode dell’italiano e altre sciagure lessicali.

nanni moretti alba fragalia araba     La lingua si evolve. E fin qui nessun problema. Altrimenti ci troveremmo a parlare quell’italiano che il doppiaggio cinematografico nostrano ancora imponeva ostinatamente negli anni ’50 in Delitto Perfetto (è solo il primo esempio che mi viene in mente: “tirar via” nel senso di “arrangiare in fretta”, oppure –“Rammenti quando…?” –“Sì, lo rammento”, il tutto deturpato dall’inopportuna cadenza forlivese dell’onnipresente Dhia Cristiani). Ma la lingua a volte si involve pure, purtroppo (apro subito una parentesi che non c’entra, ma mi viene in mente come alla base del nome di una band degli anni ’80 ci fosse un’incomprensione linguistica: i Devo credevano che “devoluzione”, e non “involuzione”, fosse il contrario di “evoluzione”. E pazienza). All’università, gli errori sui libri di testo mi distraevano inevitabilmente. C’era un manuale, dall’elegantissima rilegatura, pelle blu e lettere in oro, scritto da un giovane professorone bilingue: costui si ostinava a intendere la parola “riccorre” (?) con il significato di “ricorrere”. Ora, credo che nemmeno il più ardito accademico della Crusca possa riuscire a scovare una giustificazione per una stranezza del genere, che nemmeno un ipercorrettismo consonantico di un romanoderoma escogiterebbe. Lo stesso professore scriveva mille volte cose come “dei Stati”. Ma va bene, a un mezzo straniero non si può richiedere la perfezione. Al correttore di bozze della prestigiosissima casa editrice, però, sì.

dial M for murder alba fragalia arabaI codici non erano da meno, e da settant’anni si continua a ristamparli pur non facendo caso come qua e là diversi articoli siano discordi sull’esatta grafia di “bagattella” o “bagatella”, pur essendo d’accordo su un discutibile “reati bagatellari”. Oppure, scivolando sul latino, sull’indecisione in merito alla maggior correttezza di “nonies” anziché di “novies”. Restano poi altri problemi più concettuali: quell’inutile pignoleria insita nell’elencare, ad esempio, uno per uno tutti i destinatari di una norma facendo illudere che qualcuno ne resti fuori (mentre poi si scopre che non è affatto così). Mi spiego: è proprio necessario oppure è un po’ ridondante specificare, dopo una frase come “tutti i beni del defunto”, un inciso come “mobili e immobili”? Conoscete altri tipi di bene? Un po’ come dire “ho fatto due passi in centro. Sia con la gamba destra che con la sinistra”. Altra sciocchezza analoga, tipica dell’ambito giuridico-burocratico, è quell’inutile “entro e non oltre”. Questo è ciò che si dice lapalissiano, benché il povero Jacques Chabanne de La Palice non abbia alcuna colpa delle idiozie che vanno sotto il suo nome (il fatto è che, quando morì, i suoi soldati intonarono un canto che a un certo punto recitava “un quarto d’ora prima di morire era ancora vivo”). Giusto perché si sta parlando di diritto, annoto qui un paio di cose che hanno meno a che fare con gli errori: non dico che tutti debbano sapere che, negli esempi di scuola, lo schiavo si chiama sempre Stico o che un terreno oggetto di compravendita è sempre detto “fondo Corneliano” (pazienza per la damnatio memoriae comminata a Stico e Cornelio). Ma mi sono sempre chiesto perché nella parlata corrente siano sopravvissuti Tizio, Caio, quando si ha pazienza pure Sempronio, ma mai i successivi Mevio e Calpurnio. Boh. È curioso, poi, che certe locuzioni latine abbiano avuto più fortuna nel mondo anglosassone che da noi. Penso a “persona non grata”, usatissima negli USA. Probabilmente il mancato uso, qui da noi, è dovuto al rischio di fraintendimento – da parte di chi non è avvezzo al latino – tra “sgradita” e “ingrata”.

Jacques Chabanne de La Palice alba fragalia arabaNé sono tanto purista da esigere che tutti rispettino certe accentazioni corrette, eppure a volte spiazzanti, rispetto all’uso comune. Faccio qualche esempio, che prendo e trascrivo da Aldo Gabrielli, Come parlare e scrivere meglio (Milano, 1974). Àlacre, alchìmia, guaìna, lùbrico, monòlito, seròtino, scandinàvo, micròbio, màgiaro, Nobél, valùto, Caraìbi, diurèsi, gòmena. Tantomeno pretendo che tutti sappiano al volo da dove provengano i seguenti abitanti (cito ancora dalla stessa fonte): nemorensi, apontini, ancirani, clodiensi, tifernati, apitergini, bordigotti, corciresi, panteschi, braidesi, gedanesi, rodigini, brissinesi, domensi, salodiani e salodiesi, bustocchi, eporediesi, sammaritani o sammaresi, gaditani, leodiesi, camerti o camertini, segusini, tiburtini, viscesi, nisseni, eugubini edochiani e carachegni.

Detto ciò, pochissime persone – che io sappia – hanno capito il nome di questo blog e il gioco di parole che c’è dietro. Né starò qui a spiegarlo. La maggior parte lo pronuncia – prevedibilmente – con gli accenti sbagliati, non capendo il significato. Questo ve lo posso dire: si dice àlba fragàlia aràba. Qualcuno si sarà anche accorto che nel menu c’è un’altra pagina, dal nome strano. Non pretendo che tutti sappiano anche il significato di quell’altra parola. Il fatto è che però si sbaglia anche sulle cose molto semplici, o si abusa di forme logore trascurabili. Ad esempio sarebbe auspicabile  che nel parlare comune si perdessero certe mode senza senso, superflue se non del tutto fondate su errori. Lasciamo perdere congiuntivi e condizionali perché forse è partita persa: la lingua italiana è continuamente infettata da modi di dire irripetibili eppure arciripetuti. Le ragioni le sappiamo: l’inglese legittimamente invasivo, l’ignoranza diffusa, i media scadenti. Sarebbe difficile fare una classifica delle turpitudini della lingua parlata, magari in stretto ordine di gravità. Provo a elencarne qualcuna in ordine libero, immaginando tra me e me quali potrebbero essere le pene corporali che infliggerei a chi ne fa uso.

Sala d’aspetto. È senz’altro quella che fa più ribrezzo. La sala d’aspetto potrebbe essere, al limite, una sala piena di specchi in cui guardarsi. L’aspetto è una cosa, l’attesa è un’altra.

Dono dell’ubiquità. Non vi arrestano se evitate di dire che è un dono. Potete dire virtù, talento, dote, decine di altre parole. O anche non dire nulla. Ubiquità è sufficiente, non ci cascate.

Manca proprio il tempo materiale. E di che materiale sarebbe fatto il tempo, di grazia? Sarà quello in polvere, nelle clessidre?

Della serie… ecc. ecc. Avete sicuramente passato troppo tempo davanti al televisore, e non è un bel biglietto da visita. “Della serie” è nato quando le annunciatrici televisive avvertivano l’imminente appuntamento con il tale film, telefilm o affine, che fosse inserito – appunto – in una serie che seguiva un determinato filo logico. Che senso ha imitare un gergo tecnico televisivo fuori dal contesto? Poi, ovviamente, c’è il tremendo gergo giornalistico:

Spezzare una lancia. Il guardaroba degli studi televisivi sarà pieno di lance spezzate.

Mettere dei paletti. E se mettessimo tutte le mezze lance di cui sopra? Sai che risparmio?

La kermesse canora. Basta, pietà.

Grande quanto un campo da calcio. Il campo da calcio come unità di misura è un concetto molto caro alla famiglia Angela, e che fa leva sulla scarsa consistenza culturale del proprio affezionato uditorio nazionalpopolare. Tanta gente sa effettivamente quanto è grande un campo da calcio, più o meno. Io non tanto. Ma un giorno ce lo ritroveremo all’Ufficio Internazionale dei Pesi e delle Misure. Di recente, per dovere di cronaca, ho sentito addirittura utilizzare il coraggioso esempio del campo da basket!

Ufficio internazionale pesi e misure alba fragalia araba 2Sono sereno. È l’affermazione che, nei talk show, esce soltanto dalla bocca chi sereno non è per nulla. Dite altro, è palese il vostro imbarazzo.

O così o Pomì. Evidentemente guardavate un sacco di tv anche negli anni Ottanta, e con la testa siete rimasti lì. Ma una frase del genere è stupida come i piatti quadrati o le guarnizioni artistiche sulle portate dei ristoranti (avete presente quelle goccioline di aceto balsamico o di cioccolato, fintamente casuali e invece enormemente tristi e parvenu?).

Quella che è ecc. ecc. State prendendo tempo, non sapete cosa dire, è evidente. Anzi: “quelli che siete voi stanno prendendo quello che è il tempo. Non sapete quella che è la cosa da dire, è quello che è evidente”: annoiati?

Piuttosto che. E qui c’è ormai tutta una coltissima letteratura, cui rimando per maggiore chiarezza. Non siete milanesi migliori o migliori oratori se continuate a torturare il “piuttosto che” usandolo anche quando non va usato. Me lo state facendo odiare così tanto che ho deciso di non usarlo neppure quando si può. Cercate di capire qual è la differenza:  http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/uso-piuttosto-valore-disgiuntivo.

Piuttosto che niente, meglio piuttosto. Certo, non fa una piega.

Attenzionare. Gergo di origine poliziesca. E questo basta.

Stare sul pezzo. Quando, come e perché sia nata è un mistero. Un mistero che però può stare molto sul pezzo a qualcuno.

Di sempre. Idiota emulazione dell’“ever” inglese. Fino a un anno fa si diceva “di tutti i tempi”, “che mai”. Ora si sgomita per inventarsi una frase che possa contenere questa gloriosa idiozia hipster.

Mode on. Se siete tristi non è indispensabile che scriviate “tristezza: mode on”, non siete robot. Ma, di sicuro, il vostro problema è “cervello: mode off” (Ungaretti avrebbe mai scritto “come d’autunno sugli alberi le foglie: mode on?”. Oppure: Quasimodo avrebbe mai scritto “Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole / sera: mode on”?

Epic fail! Potete dirlo in italiano. Se avete la licenza elementare.

Random. Idem.

Di default. Fino a poco tempo fa bastava dire “automaticamente”. Che vi è preso?

Chiocciola. Perché dobbiamo chiamarla così? Non le somiglia nemmeno. Per niente. Si dice “at” (pronunciabile sia all’inglese che alla latina, dal momento che la usavamo pure noi trecento anni fa). Punto (un brevissimo link che vale la pena di aprire: http://luciodp.altervista.org/articoli/principe/08Chiocciola.html).

chiocciola at alba fragalia arabaCancelletto. Cos’è un cancelletto? Quello del giardino? Ne avete davvero uno fatto con soli quattro pezzi e talmente storto? È vero, si “cancellava” con una “cancellata” di linee, prima della gomma per cancellare o, meglio, per rendere invisibile (la gomma non cancella un bel niente, in realtà: annulla). Il problema è che questo # serve a tutt’altro che a cancellare. E un nome, in italiano, ce l’ha già, benché dal greco: diesis.

Qualcuno metterebbe in lista anche avere contezza. Non sono d’accordo: brutto è brutto, ma in realtà si tratta di un colto residuato dei registri alti di altri tempi. Ben venga, con parsimonia.

Il 1800 non è l’Ottocento, è solo un anno, per favore. Per intenderci: una donna può aver avuto due parti nella prima metà dell’Ottocento, non nella prima metà del 1800.

Poi un’assurda battuta cronologicamente isolata a qualche anno fa: nel passaggio da Tremonti a Monti si sarebbero persi due monti. Mah, a casa mia “monti” è plurale, i monti possono essere due (caso di svantaggio rispetto a Tremonti), tre (caso di parità), o più di tre fino all’infinito (tutti casi di vantaggio rispetto a Tremonti). Piccola precisazione linguistico-matematica.

Si sta facendo poi strada un’altra moda orripilante. Però qui ci vuole orecchio: è la cadenza cantilenante, in stile anglofono, nell’elencare alcune cose. Sopporto l’uso che ne fa Severgnini, perché se gli togli l’inglese gli togli una ragione di vita, ma ora ci si mette anche chi non ha mai visto un aeroporto. Vi sono poi altri problemi, non lessicali, ma sempre legati allo scrivere o al parlare. Perciò proporrei di:

1) abolire il Times New Roman, ché ormai è utilizzato soltanto dalle seguenti categorie: 1) ultrasessantenni, 2) paladini del cattivo gusto, 3) chi un computer sa a mala pena accenderlo, 4) impiegati cui si richiede di redigere una fatidica ‘circolare’

2) ritirare dal commercio tutte le penne con l’inchiostro blu: non hanno ragione di esistere. Perché allora non scrivere pure in verde, in viola o in marrone?

3) piantarla di fare, con i due indici e i due medi, il gesto delle virgolette. Anche perché, il più delle volte, le virgolette non occorrono neppure. E quindi:

4) essere avari di virgolette, apici, sergenti e caporali. Il fruttivendolo che scrive “frutta” fra virgolette vende probabilmente qualcosa che è simile alla frutta ma che non è frutta (e qui vi rimando all’esilarante blog http://www.unnecessaryquotes.com/).

5) andarci piano, con l’O.K. Sono talmente tante e contraddittorie, le varie etimologie proposte, che si corre il rischio di non sapere ciò che si dice.

Agli spagnoli: avete perso un’occasione d’oro. Il punto interrogativo non è altro che una q minuscola il cui punto si è spostato dalla destra alla base (q. = quaestio). Detto ciò, voi utilizzate un altro punto interrogativo, rovesciato, all’inizio della domanda. Che, applicando lo stesso criterio a ritroso, equivarrebbe però a una b minuscola con un punto sulla cima. Dico che avete perso un’occasione perché sarebbe bastato, anziché rovesciare verticalmente il vecchio punto interrogativo, rovesciarlo orizzontalmente ottenendo così una p con il punto alla base. Una p che poteva benissimo rimandare alla parola pregunta. Sciocchini.

Una piccola postilla per quanto riguarda l’italiano regionale parlato. Più che ad imparare che si dice qualsiasi e non qualsiési, periodo e non periédo, austriaco e non austriéco, atlante e non attlante, dovreste decidervi ad attribuire un solo significato alla parola “ancóra”. Frequentando gente proveniente un po’ da tutt’Italia, si riscontrano i seguenti diversi significati per l’avverbio. La frase “ancora arriva il freddo” può significare, nei seguenti luoghi: (Verona) il freddo non arriva più; (Siena) arriva anche il freddo; (Molise e Foggia) il freddo non è ancora arrivato (non vuole decidersi ad arrivare); (Bari) dovesse mai arrivare il freddo (vuoi mai che… non sia mai che… metti caso che…); (Sicilia) appena arriva il freddo.

Moretti diceva “chi parla male pensa male e vive male”. Ma forse è pure peggio: “chi parla male non pensa affatto ma vive benissimo”.

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